
Ieri, un po’ per gioco e un po’ per non morire, ho lanciato l’hashtag #vogliopizzul che, come si dice in questi casi, ha fatto impazzire il web. Ne convengo, chissenefrega. Per un paio di motivi tecnici che condivido in pieno.
Il primo è che lo stesso Pizzul, da gentiluomo qual è, ha declinato pubblicamente l’invito a essere il rimedio di Rimedio – colpito da Covid: auguri – per commentare la finale di Wembley su Raiuno. Il secondo è che le bolle social scoppiano velocemente, un po’ come i cosiddetti ballon d’essai di un tempo, quando i mulini erano bianchi e le metafore migliori di oggi, dunque stiamo parlando di un evento virtuale già consumato dai fatti. Pare che il telecronista sarà Bizzotto e, se posso dire la mia, è la scelta migliore che si potesse fare in quel curioso Barnum chiamato Raisport. Va già bene che Bulbarelli non ci abbia messo qualcuno che di solito commenta il Tour.
La vicenda però (migliaia e migliaia di condivisioni trasversali: juventini e napoletani, uomini e donne, comunisti e destroni, Italia e Viva) mi offre il destro per alcune considerazioni impopolari*, anch’esse marginali e a importante rischio sticazzi.
Ma ormai avete cominciato a leggere.
È bastata una buona idea, buona nel senso letterale, anzi: buonista, perché si compattassero italiani abituati a sputarsi addosso. Al netto di qualche coglione, e mi scuso per il termine “qualche”, che ha ricordato la fama di cosiddetto menagramo del Nostro, la stragrande maggioranza ha 1) Ceduto alla nostalgia dei migliori. 2) Pensato che fosse giusto risarcire Brunone proprio di quell’ingiusta nomea.
Questo perché, lanciando la campagna, avevo premesso proprio questo: diamo la chance a Pizzul di incamerare il torneo che gli è mancato. Lui che ha commentato finali perse, ricami deliziosi ma sfortunati come quelli di Rrrroberto Baggio, che ha detto “tutto molto bœllo” senza mai alzare la coppa, avrebbe potuto riprendersi tutto quello che era suo. O anche no, ma certo non ne avrebbe portato la colpa: giochiamo a Wembley contro i padroni di casa e non solo, che diamine.
Nonostante questo, o forse proprio per questo, l’italiano cattivista, il cinico in servizio permanente effettivo, l’ultrà autoriferito, il tizio (me per primo) pronto a dividersi su tutto, aveva, anzi: ha, per un paio di giorni spensierati, indossato, la maschera di “brava gente” che troppo spesso ci vergogniamo di portare.
Ha dismesso quella furbizia eteroimposta della quale siamo permeati, volenti o nolenti.
Volevamo Brunone perché ci ricordava quando eravamo viceré, volevamo sentirgli dire: “Gentili signore e signori, buonasera”, volevamo uscire per una sera dalla plastica anabolizzata che circonda il calcio pastorizzato di oggi e persino le ruggenti contingenze di cui siamo testimoni (e forza Azzurri). Volevamo sentire il click dell’accendino a metà del secondo tempo, perché “adesso soffriamo”.
Volevamo un po’ di requie, la mia Seicento e una ragazza che tu sai.
Così, dietro a un hashtag, ci siamo compattati in una sorta di assembramento emozionale che, quando ho visto #vogliopizzul in testa alle tendenze, mi ha colpito al cuore con un lampo di fiducia velleitaria.
Forse c’è ancora un po’ di spazio per una visione laterale, antica, educata, come quella di Brunone. Forse, un altro commento meno iperbolico, anche senza arrivare alle vette di ironia che appartenevano a Beppe Viola, è possibile. Forse, almeno idealmente, ci piacerebbe tornare alle buone cose di pessimo gusto, all’adorabile ipocrisia, al senso dell’opportunità.
Se #vogliopizzul avrà portato anche un solo cronista di Raisport a capire da dove arriva, al bene ultimo del silenzio periodico, all’importanza di non scimmiottare linguaggi e tempi altrui, sarà servito a qualcosa.
A me è servito per capire che spesso l’ultrà sono io. E che, nel giorno in cui ho lanciato qualcosa di universale, ho trovato fratelli che non sapevo di avere. Italiani, per usare un parolone che qualcuno crede di aver fatto suo per dividere. E che, invece, dovrebbe unirci.
Dunque buon lavoro, Stefano. Te lo meriti.
E buon lavoro Azzurri, perché, commento accettabile o no, consegniate ai nostri avversari il regalo cui tengono tanto: hanno voluto la Brexit per uscire dall’Europa e pare ne siano entusiasti.
Tanto vale aiutarli a rifarlo.
*Come il mio prestigioso libro “Manifesto del Partito Impopolare” del quale ti consiglio l’acquisto, anche perché l’incasso sarà devoluto a un’ottima causa: ci vado in ferie ad agosto.
Io non ho nulla contro il Foglio.
Quando qualcuno se ne va, anche qualcuno cui si voleva bene, si finisce sempre, per celebrarlo, di parlare molto di sé stessi. Dunque mi scuso se comincio questo ricordo di Paolo Beldì dicendo che, semplicemente, è stato il regista del programma che più mi sono divertito a fare e dal quale, grazie a un gruppo di lavoro imponente, ho imparato moltissimo di quel poco che conosco a proposito di tv.
Punto primo: le debolezze. Un comico, salvo rare eccezioni, non può condurre un programma. Specie se fa satira. Perché deve creare il presupposto e schiacciarlo, tenere per mano il filo rosso e sfilacciarlo a scopo risata. Così, Gene stava sul palco ma a condurre era una partner. Prima Simona Ventura, poi Amanda Lear, miracolosa, che arrivava un’ora prima della registrazione e non ne sbagliava mai una, leggiadra ed efferata com’era e com’è.
Di quell’orologino placcato rame, Paolo era il garante supremo. Nella costruzione e nella prassi. Non credo che sia mai esistito un regista che prendesse le risate con gli stacchi. Lui sì. Prima della puntata (di quella, di “Quelli che”, dei primi Sanremo di Fabio Fazio) identificava secondo una sua logica chi del pubblico avrebbe mandato in onda a spiovere, secondo la sincope della comicità. A contrasto. Si parlava di Saddam? Appariva un figurante dotato di baffoni. Inezie, ma decisive. Come le sue inquadrature dei piedi, o di altri dettagli, che già ai tempi di Diritto di Replica ne avevano fatto un innovatore assoluto.
