La mia lettera di scuse a Giorgia Meloni

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Risultato immagini per meloniOggi, se avessi un giornale su cui farlo, scriverei una lettera a Giorgia Meloni.

Le racconterei di come sentirLe dare della scrofa da un signore che appartiene al mio album di famiglia mi abbia ferito come se l’avessi fatto io.

Le ribadirei la solidarietà per le parole sessiste (e classiste) che le sono piovute addosso da un barone, chiedo venia, che crede di conoscere chi lavora perché ci va a comprare il pesce. Dunque pare non abbia grande empatia per gli umili che dovrebbe in qualche modo rappresentare e, per traslazione, neanche per mio padre ferroviere e mia madre prima contadina e poi operaia.

Al bar Casablanca.

Direi che non m’importano le querele temerarie che ho sul groppone da parte di Fratelli d’Italia o altre modalità meno dirette di intimidazioni giudiziarie: certe battaglie di civiltà non hanno bandiera, non hanno colore, non hanno tempo. Non hanno appartenenza.

Spiegherei che poi non è un caso, o almeno non sembra più esserlo, se il partito che un tempo, in parte, mi rappresentava, si dimentica non tanto di inserire donne del Governo, ma soprattutto di condividere pari opportunità di carriera politica senza che debbano per forza attaccarsi al carro, o a più carri, antitetici, sempre guidati da un maschio.

Le direi: Giorgia, scusaci.

E aggiungerei che adesso è il momento per farli insieme, certi percorsi. Che valgono allo stesso modo per le Boldrini, le Segre, le Boschi. Ché per fortuna l’orologio della Storia va avanti: io stesso feci vignette che all’epoca mi sembravano niente più che un calembour politico, su Meb, ma erano sbagliate non per la malafede, che non c’era, ma perché incidentalmente insistevano su un aspetto di genere. Che va considerato anche quando si fa satira.

E concluderei, senza metterci un “però”, prima, che c’è anche un clima complessivo da cui uscire. Un clima di odio sistematico che investe categorie ritenute altre dalle proprie. Siano esse donne, stranieri, lavoratori, avversari politici, i cosiddetti “buonisti”. E che quel clima, da una ventina d’anni, è infinitamente più radicato nel campo politico dal quale la Meloni viene. Sul quale Meloni e Salvini hanno lucrato. Perché le parole sono pietre. O possono diventarlo. Ed è sempre un bel giorno il giorno quello in cui ce ne si accorge.

Festeggerei insomma una presa di coscienza del tema. Del liquame identitario, di un’identità qualunque, basta che sia contro qualcuno, che ha avvelenato i pozzi di questo Paese. Della violenza verbale per il consenso usata con troppa leggerezza. Su molti fronti, ma su uno in particolare. Direi che da oggi nessuno potrà mai più insultare Meloni perché donna, per come si esprime, perché non si condividono le sue idee dacché persino l’Anpi (l’Anpi!) le ha espresso sincera solidarietà.

Se dal letame nascono i fior, questa vicenda rappresenta in nuce una catarsi. Il giorno in cui la più amata dagli italiani disse che per essere italiani migliori l’odio non serve. Ripartissimo da qui, non sarà stato un sabato inutile.

E mi scusi, ci scusi ancora.

Questo, se avessi un giornale su cui farlo, scriverei.

Una riflessione noiosa su social, doping, Schwazer e meraviglie della radiofonia

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Risultato immagini per mentanaAnni fa, alla presentazione dei palinsesti de La7, Geppi Cucciari introdusse così, ai giornalisti presenti, Enrico Mentana: “E ora un uomo che è un vostro collega ma crede di essere un MIO collega”. Era un omaggio irriverente alla nota passione dell’uomo per la battuta, che frequenta da sempre in ogni luogo e in ogni lago. Siccome però gli anni passano, le mamme imbiancano, le maratone consumano, stamane a Forrest, con LaLaura, la stessa identica persona si è prodotta in un elogio della riflessione che ha appena sostanziato con un podcast e con l’approdo del suo quotidiano, Open, su Twitch.

Ora, lasciamo perdere che io Twitch manco so cosa sia, tanto che ne ho fatto appunto battuta (“Studio Aperto sta per sbarcare su Tinder”) ma mi ha colpito, nella riflessione mentaniana sulla parola ragionata, un dato oggettivo: Twitter è vecchio e, più in generale, i social basati sul “qui e ora” stanno invecchiando molto precocemente. Mentre la cara e vecchia tradizione orale – pensate, né io né Mentana abbiamo ceduto al doppio senso – rimane necessaria. Come se avessimo bisogno di un racconto. Per capirci: Twitch, ma anche Clubhouse, altro non sono che costole della radio. Che è da sempre il mezzo più moderno. Perché a differenza della tv, è orizzontale. Assomma e non divide. Racconta, non spezzetta. Vive di curve e non di picchi.

Ogni tanto lo dico, al mattino, di quanto mi senta privilegiato ad aver conservato un angolo (e che angolo, e in che piacevole compagnia) di libera e quotidiana espressione. Ma fino ad ora avevo colpevolmente sottovalutato quanto sia decisivo e pervasivo il mezzo. Quello che in fondo amo di più. La radio, tra l’altro, ha un pregio enorme: contestualizza. Crea una sorta di immunità di gregge del pensiero, ove la si frequenti col dovuto rispetto, che salda un patto tra chi la fa e chi la ascolta. Non succederebbe mai, per fare un esempio di oggi, che qualcuno vada ad estrapolare un tuo vecchio tweet sul doping di Alex Schwazer (del quale oggi, tutti, festeggiamo la resurrezione) per anabolizzare il confronto, metterti al centro, additarti da eretico, esibirti all’insulto. Qualcosa che era vero anni fa non smette di esserlo ora che la catarsi è compiuta, che il diritto al riscatto di chi sbagliò è sopravvissuto al complotto di chi non voleva accettarne la redenzione.

ImmagineSi può aver usato sostanze illecite, si può (si deve) aver diritto all’assoluzione quando qualcuno, in un caso diverso, ha costruito prove contro di te.

Ma c’è un altro dato, forse più cogente. Io, quel tweet, non lo rifarei. Era probabilmente, un po’ come molti cinguettii, figlio di un altro doping. Quello del consenso. Tra i molti difetti mi riconosco una certa onestà intellettuale, al limite del masochismo da perdita del posto. Ma, come tutti, mi capita di scrivere qualcosa pensando di intercettare lo spirito del tempo. E, dunque, qualche consenso. Mi muovo anche io, come molti di noi, secondo regole che valgono solo per la rete e che mai adopereremmo in pubblico. Ché quando parli passano tutte le sfumature. Ma quando scrivi, è un attimo a salire in cattedra. Giudicare. Esagerare.

Dovrei essere amareggiato, per gli insulti che mi sono piovuti sul groppone per un vecchio tweet (nel quale peraltro me la prendevo pure con Paolo Rossi, citato come eroe negativo causa scommesse, uno che post mortem è risultato essere molto più che un bravo cristo). Invece alla fine sono quasi contento. Perché chiudono il cerchio iniziato la mattina ospitndo un altro “battutista” non dico pentito, ma riflessivo.

Risultato immagini per bottura radioDirò ugualmente le mie cazzate, le mie sciocchezze, scriverò ugualmente le mie battute (riuscite e no) armate solo dalla buonafede. Cercherò di capire cosa accidenti sia Twitch. Ma spero di continuare a crescere, migliorare, trovando alla fine un suono che mi somigli ancora di più. Anche per iscritto. Ché davanti a un microfono non mi spaventa quasi nulla. Anzi: davanti a un microfono, specie adesso che ho lasciato spintaneamente il giornalismo quotidiano, sono profondamente felice.

Una cosa lunga e noiosa su cosa mi piacerebbe fosse la Sinistra in questo curioso Paese

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Il Pd sbanda pure all'opposizione, Zingaretti e Renzi pari sono | L'HuffPost

Renzi ha ragione.

La “cabina di regia” contiana è l’idea di chi ha della democrazia un concetto turistico (cit.) ed è abituato a leadership cooptate. Culturalmente, viene dal partito di cui il Presidente del Consiglio è espressione. Lì, al netto del rivendicato egualitarismo, esiste una cerchia di prescelti che, combinata coi “tecnici” di area, ossia quelli che normalmente hanno superato almeno l’esame all’istituto alberghiero, sorvola ed esautora la fanbase – nel nostro caso, il Parlamento – poiché la riconosce inadeguata, incompetente.

Se Berlusconi portava in politica un’idea aziendalista, verticistica, dunque totalmente isolata dai meccanismi democratici (in azienda decide uno, e uno soltanto), quella dei casaleggesi è più vicina al socialismo reale. La dittatura del popolo. Una democrazia diretta in cui un satrapo, solo, cala le decisioni. Una fattoria degli animali. Anzi, più letteralmente, una factory.

Naturalmente Conte non ha ambizioni dittatoriali. Si è trovato a gestire questo considerevole troiaio (come credo dicesse Churchill) e fa quel che può e sa. Cioè poco. Uno che ha Casalino come spin doctor è conscio, nel profondo, di poggiarsi su fondamenta di argilla. La torsione autoritaria non è tale principalmente perché non alberga nelle intenzioni di chi dovrebbe operarla. Ma è del tutto evidente che un commissariamento del Governo sarebbe pericoloso.

Perché?

Perché viene dopo lo svuotamento di legittimità del Parlamento. Operato da chi, negli anni, ha governato con le regole del maggioritario estremo senza mai (mai) averne la legittimazione popolare. So bene che siamo una Repubblica Parlamentare. E che quindi il mantra grillino del “non eletto da nessuno” è vuota propaganda. Resta che, da Monti in poi, da quando cioè una situazione straordinaria portò al commissariamento di Lega, Forza Italia e Alleanza Nazionale, da quando cioè Giorgio Napolitano regalò a Berlusconi il tempo di rialzarsi e a Grillo quello di organizzarsi, il migliaio tra deputati e senatori è definitivamente diventato un timbrificio gestito da nominati.

Ma se questo è accaduto si deve principalmente alla responsabilità degli esecutivi successivi. Dei governi che hanno stravolto la dialettica parlamentare a colpi di Fiducie. Di chi ha blindato il palazzo dopo averne espettorato gli anticorpi del dialogo. Di chi ha consolidato una prassi per cui l’Aula è sostanzialmente una passerella per i collegamenti tv del question time.

Conte 1, cioè. Ossia Salvini e Di Maio. E Matteo Renzi.

Che l’ex Presidente del Consiglio sia diventato, oggi, alfiere del parlamentarismo, risulta anacronistico come un Briatore che inviti a versare l’Irpef. Ma questo è normale. Renzi ha molti pregi “politici”, quasi quanti i suoi sponsor pesanti, nascosti dall’enorme ego in cui risiede. La spregiudicatezza è certamente il principale. Gli manca una strategia, come hanno dimostrato i rovesci ripetuti degli ultimi anni. Ma è maestro di tattica. Per riacquisire centralità sarebbe capace di dire o fare cose di Sinistra. Anzi: l’ha già fatto. In passato.

Meno scontato è che il Pd ne sia ritornato completamente succube. Che lo usi come testa di ponte per manovre anche legittime che però, una volta di più, rimuovono un dato non trascurabile: il consenso. Il quale pare sia necessario per raggiungere un obiettivo che le forze progressiste non conseguono dai tempi di Romano Prodi: vincere le elezioni.

In questa traversata nel deserto che la Sinistra riformista compie con un agio imprevisto (governa) manca totalmente la percezione dello scoramento attivo che pervade il proprio popolo residuo. Le uniche tornate elettorali vincenti del recente passato derivano dalla paura di finire nelle mani di una qualche scappata di casa telecomandata da Salvini. Ma sono stati sempre e comunque voti difensivi.

Vederli agire, ora, con logiche da Prima Repubblica, leggerne le convulsioni alla ricerca del riequilibrio, del rimpasto, del predellino da cui disarcionare compagni di strada certamente modestissimi, vederli perseguire logiche che neanche Forlani ai bei tempi, e tutto mentre il loro popolo si rintana ogni giorno di più, risulta oggettivamente frustrante. E irrispettoso del loro capitale umano. Sul quale potrebbero investire, proprio come le aziende che, in tempi di crisi causa Covid, mettono sul piatto le risorse residue per rilanciarsi. O almeno dovrebbero farlo.

Il Partito Democratico, invece che baloccarsi con questioni di leadership, dovrebbe sfruttare i due anni che mancano al voto – Francia o Spagna, una maggioranza si troverà – per lavorare sulla propria identità. Dovrebbe prendere dal machiavellismo renziano il solo dato che gli manca: stare al Governo agendo come se ci fossero altri, quasi manifestando il disprezzo per la sbobba che si è costretti a ingoiare, e puntare (al contempo) a blindare la propria identità. Partendo dal dato che c’è uno zero di differenza. Cioè che la macchina del consenso vivaista, vincente ed efficace in ambiti apparentemente opposti come i social e gli uffici che contano (quelli degli Ad, o le redazioni dei giornali) ha il 2 per cento dei consensi reali. Zingaretti, che ci creda o no, il 20. È quello, il predelino, cristallizzato, su cui innestare quattro idee di buon senso, anche apparentemente impopolari, che trasformino gli elettori asintomatici in veicolo di contagio.

Prima però vanno ascoltati. Cercati, e poi ascoltati. Coinvolti in uno stato generale permanente, scovati nelle loro comode case, strappati alle loro librerie ben fornite. Rigenerati.

Anche se l’alternativa c’è: cedere alla scalata ostile di Italia Viva, stringersi alla coorte di un centro reazionario che inglobi anche i “responsabili” di Forza Italia, gettare benzina sull’inevitabile incendio populista che scaturirà, in assenza di un colpo d’ala, dalle urne, e condannare un italiano su cinque a perdere definitivamente rappresentanza.

Dall’opposizione. E senza aver mai governato per davvero.

Fate il vostro gioco. Ma presto.

 

 

 

 

Perché l’addio alla politica di Renzi ha cambiato questo Paese

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Renzi, tour nel Mezzogiorno. Il film della giornata - Campania - ANSA.itDice: epperò hai l’ossessione di Renzi.

Non verissimo. Ne scrivo, ne parlo, lo cito al bar – quando è aperto – molto raramente. Però è vero: se gli attribuissi il peso che ha nelle urne dovrei evocarne le gesta molto più di rado. La Svp viaggia più o meno allo stesso livello di consenso e mica faccio battute sugli Schützen. Anche se… Sapete come fanno quattro Schützen a entrare in una Cinquecento? Non ci entrano: hanno un’Audi.

Dunque mi sono chiesto: perché periodicamente mi sovviene? Lascia stare gli hater che appena lo sfiori si attivano come richiamati da un misterioso (mica tanto) ordine di scuderia. Spesso faccio incazzare la gente ma non ho ansia da prestazione. Non scrivo per cercare insulti. Sarò strano: mi piace di più quando qualcuno è d’accordo con me.

Sarà mica, come dicono loro, che è antipatico? No. Tra l’altro sono antipatico pure io, dovrebbe piacermi. Le peripezie giudiziarie? Garantismo a parte, gliele rinfacciano solo La Verità e Travaglio. Dimmi con chi vai, eccetera.

Il punto allora potrebbe essere è che riciccia ovunque, e che col 2 per cento manovra mezzo Pd, il Governo, mo’ tresca pure con D’Alema, e, insomma, trovo la sua spregiudicatezza così poco familiare. Fuochino.

Credo di aver risolto l’arcano oggi, quando ho riciclato la battuta che faccio ogni anno il 4 dicembre: “X anni fa Renzi perdeva il referendum e lasciava la politica. Sarò impopolare ma ammetto che mi manca”. Un usato sicuro, che si basa su un dato incontestabile. Così incontestabile che la Bestiolina è rimasta silente. Un commentatore (vero) l’ha buttata su Bersani che l’aveva boicottato. Certo: infatti i prodromi di LeU e il loro tre per cento spostarono il 60 per cento dei voti. Un altro, invece, mi ha aperto gli occhi: “Meno male che non se n’è andato. Così si è schiantato subito”.

Ecco, credo nella debacle del renzismo il dato più faticoso sia la schedina vincente (la seconda) gettata nelle acque reflue. La dabbenaggine insistita. Lo scorpione che, attraversando il guado, punge sé stesso.

L’uomo trovò nelle urne il proprio Papeete elettorale. Come diceva Bauman, fece il passo più lungo della gamba. Capita. La politica è maratona. Ebbe l’intuzione giusta: mollare palazzo Chigi Poteva (doveva) rifugiarsi sul Monte Atos il tempo di essere dimenticato, e sarebbe stato richiamato a gran voce. Sotto lo Stellone, bisognerebbe scriverci “Aridatece il puzzone”. Voglio dire: abbiamo riabilitato Berlusconi che stava per mandarci in bancarotta…

Invece no. Invece volle andare al voto da leader, invece ci fece vivere il momento magico e terribile in cui Gentiloni al confronto sembrava un incrocio tra Obama, John Kennedy e Brad Pitt. Invece prese le “cose buone” e le ammantò di superbia, mentre tutti – tranne quelli che poi hanno fatto carriera nei due partiti che comanda – gli dicevano che no, che il passo indietro serviva a prendere la rincorsa, eccetera.

Oggi potrebbe sfidare Conte senza averne fatto nascere il Governo e alle prossime elezioni, invece che Salvini e la Meloni, probabilmente vincerebbe il centro-centro-centro-sinistra. Ma non andrà così. E anche questa sconfitta avrà il marchio della cupidigia dell’uomo che volle farsi imperatore quando era re.

Ecco perché, ogni tanto, ne tratto.

Perché poteva mancare. Invece è mancato.

Due o tre cose su Resistenza e fascismi

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Oggi ho avuto un momento di non trascurabile felicità, tenendo l’orazione civile sulla Resistenza nella piazza del Comune di Sasso Marconi. Questo è più o meno quello che ho detto. Grazie a chi mi ha ascoltato e mi ha chiesto di pubblicare il testo.

 

 

 

 

 

 

Ringrazio il sindaco, l’Anpi, le autorità per l’onore che mi concedono oggi.

Quando ho ricevuto la chiamata, ho subito chiesto chi avesse dato buca all’ultimo momento.

Era una battuta, ma neanche tanto.

Loro non mi hanno risposto.

Forse qualcuno aveva DAVVERO dato buca all’ultimo momento. E sono quasi sicuro che sarebbe stato meno emozionato di me nell’affrontare questi pochi minuti che vi ruberò, sperando che non mi chiediate di restituirveli.

È che come molti della mia generazione, e ancora di più delle generazioni che hanno fatto seguito alla mia, mi dimeno tra diversi mestieri. Scrivo, più o meno seriamente, per qualche giornale. Scrivo, più o meno seriamente, per la televisione. Scrivo, più o meno seriamente, in genere.

E la domanda che mi sono fatto, dovendo celebrare la festa della Liberazione in questo comune che è medaglia d’oro al merito civile, che fu distrutto dalla guerra, che fu svuotato dai bombardamenti, era proprio sul tono da usare, su come parlare: più o meno seriamente?

Permettetemi allora di cominciare con una battuta di spirito: il fascismo ha fatto anche cose buone.

Lo so, non è una battuta nuova. La dicono in tanti, ormai sempre di più. E ce ne sono tante altre divertentissime. Il Duce ci diede la tredicesima… falso. Il duce creò le pensioni… falso. Il duce sconfisse la mafia e la corruzione… falso. Matteotti fu ucciso anche perché aveva scovato i fascisti ladri.

Italiani brava gente… falso.

Io non so voi, ma se uno che porta la mia stessa bandiera commette qualcosa di atroce, non lo giustifico. Mi incazzo il doppio. Quindi che ci siano stati italiani che durante il fascismo hanno commesso atrocità in Libia, in Etiopia, in Grecia… che siano stati manovalanza per il macello nazista di ebrei, omosessuali, zingari, dissidenti, che abbiano torturato e ucciso a mio nome… mi fa vergognare il doppio. Perché hanno avevano un passaporto in tasca simile al mio.

Come i soldati italiani che in Jugoslavia hanno ammazzato 7000 persone. Inermi. Dopo ci sono state le foibe. Nelle quali sono finite a loro volta migliaia di persone. Inermi. Non è vero che i morti sono tutti uguali. I morti sono uguali quando sono innocenti. Per questo le vittime dei fascisti e dei partigiani titini vanno piante alla stessa maniera.

Magari nello stesso giorno. Oggi.

Anche se venivano da patrie diverse.

Perché… avete notato una cosa? I fascisti più io meno dichiarati si riempiono la bocca col concetto di patria. E per schernire gli altri, quelli che la propria bandiera la vorrebbero senza il sangue degli innocenti, parlano di anti-italianità. L’altro giorno la leader di un partito di estrema destra, quella che sui manifesti si fa sostituire da Scarlett Johannson, tanto sono ritoccate le foto, ha lanciato sui social network un sondaggio: “Chi è il più antitaliano?”.

Molti hanno risposto che era lei, col suo concetto distorto di nazione.

Ma provo a chiederglielo io. Chi è più antitaliano? Chi prese le armi per salvare il nostro onore e aiutare gli alleati, o chi fece morire 500.000 italiani in guerra? Chi accendeva le camere a gas della Risiera di San Sabba o i caduti italiani che a Cefalonia si immolarono per non lustrare le scarpe ai nazisti? I repubblichini che sono rimasti legati fino all’ultimo a uno sterminatore o i partigiani, e le partigiane, che hanno difeso l’onore della nostra gente combattendo il male assoluto?

Però forse hanno ragione loro. Non bisogna farsi corrodere dall’ideologia. Bisogna riconoscere i meriti del fascismo… anzi: voglio elencarli uno per uno. Fatto.

Che poi, come diceva credo Goethe, ma grazie al piffero, che hai costruito quattro strade, che hai bonificato due paludi, che i treni partivano in orario però poi magari finivano ad Auschwitz.

C’era una dittatura. Vent’anni di diritti civili sequestrati. I prigionieri politici. Le libertà di espressione violentate. Guerre insensate. Cinquecentomila morti nei vari conflitti, appunto. Italiani. Non so voi, ma io mi tengo i Frecciarossa in ritardo. Almeno posso dirlo senza finire al confino. Per ora.

Ecco, lo so. Non dovrei. Ho parlato di politica. Durante il fascismo c’era scritto persino nei bar: qui non si parla di politica.

Andrebbe scritto anche in qualche talkshow di prima serata, oggi. Magari facendo la prova del palloncino a chi partecipa.

Però tutto è politica. E poi, anche se non te ne occupi, prima o poi si occupa di te. Prima o poi arriva il momento in cui tocca schierarsi. In cui anche i buonisti, nel loro piccolo, s’incazzano.

Vi racconto la storia di un giovane autiere, faceva il birocciaio, da civile. Portava in giro i cavalli. Un giorno Mussolini decise che era l’ora delle decisioni irrevocabili e quel contadino si ritrovò a 17 anni in caserma. Era a Treviso. Quando era arrivato avevano chiesto chi sapesse guidare la macchina… quelli che avevano risposto di sì erano finiti a pulire i cessi. Lui, al volante. Il 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo, rimase come tutti senza ordini. Scriveva alla fidanzata di allora che le milizie fasciste provavano a prendersi la caserma, ma loro li respingevano. La salutava così: viva il re, viva Badoglio, abbaso i fascisti. Abbaso, con una “s” sola. Aveva la terza elementare.

L’8 settembre arrivarono i tedeschi e gli diedero la possibilità di scegliere: Salò o la deportazione, a fare lo schiavo. Poche ore dopo era su un vagone piombato in direzione Kostryn, Prussia orientale. Oggi è in Polonia. Ho cercato la storia di quello stalag: ci morirono oltre diecimila prigionieri di guerra. Il campo fu liberato poco prima della caduta di Berlino dall’Armata Rossa. L’autiere riuscì a tornare in Italia nel settembre del 1945. Pesava 36 chili.

Era mio padre.

Io sono stato fortunato, perché, finché è campato, il manuale di storia ce l’avevo in casa. E sono quasi felice che non gli sia toccato in sorte di vedere questa specie di fascismo strisciante, da operetta, in cui rischiamo di vivere oggi. Perché badate bene: anche quello di allora era un fascismo da operetta, all’inizio. Ma ce l’avete presente Mussolini? Un comico. Le braccia a botticella. Lo sguardo che roteava. Malato di fi… passione sessuale. Un mitomane. Un clown. Finché non trovò la spalla coi baffetti e partì per il suo tour europeo.

E lì, la farsa diventò tragedia.

Chiedo scusa, sto dicendo banalità. Ovvietà. Ma le ovvietà siano ormai sono quasi rivoluzionarie. Noi siamo l’unico Paese al mondo in cui quelli che cantano nel coro dicono di essere fuori dal coro.

Il teppismo della maggioranza che si definisce minoranza. Il senso comune più becero scambiato per buonsenso.

L’ipocrisia che si fa violenza, verbale e non. Codarda. Sempre.

Tipo allo stadio. Dove, non a caso, abbonda gente che ha di sé una percezione eroica, antagonista, coraggiosa. Il coraggio che serve loro per fare gu gu a un giocatore nero che sta a centro metri. Vigliacchi. Come quelli che ieri a Milano, ultrà della Lazio, hanno esposto uno striscione inneggiante a Mussolini. Impuniti. Perché da qualche tempo in qua, in questo curioso Paese, se fischi il Ministro dell’Interno ti portano via e ti identificano. Se sfili col braccio teso il massimo che rischi è un battimani.

Dice: stai dicendo cose divisive. È una festa…

Ma certo che dico cose divisive, anche se i ragazzi che salirono in montagna 74 anni fa la divisa manco ce l’avevano.

Ma erano patrioti veri, mica come i fascistelli da Facebook di oggi. Perché volevano, semplicemente, la loro patria libera. A prescindere dalle convinzioni politiche. Piccoli eroi che oggi, i pochi che sono ancora tra noi, quasi devono giustificarsi. Eppure erano davvero un unico fronte. C’erano i partigiani bianchi, gli azionisti, la brigata ebraica, non solo i “nostri”, se capite cosa intendo.

Perché anche se è vero che non tutti i partigiani erano comunisti, ma tutti i comunisti erano partigiani, è anche vero che la presenza così forte della sinistra ha indotto troppi di noi in un errore: pensare che il contrario di fascismo fosse, appunto, comunismo.

Invece no. Invece il contrario di fascismo è democrazia.

E non è neanche populismo. Il populismo è l’anticamera della dittatura. Fa credere al popolo che un tizio li rappresenti. Invece li manipola. Un bacione dopo l’altro. Un vaffanculo dopo l’altro.

Quella tra partigiani e nazifascisti non fu ciò che oggi qualcuno cerca di spacciarci, una lotta tra pari. Tra posizioni ugualmente redimibili, negoziabili, presentabili.

Perché da qualche anno c’è un aspetto grottesco che accompagna questo giorno di festa. Ed è difficile non vederlo. Ci siamo abituati, ci hanno abituati, a considerarlo come una specie di derby.

L’altro giorno sentivo un giornale radio della Rai che parlava del 25 aprile come data controversa. Cosa c’è di controverso?

È facile, semplice, a prova di cretino.

Da un lato la resistenza, la democrazia. Dall’altro i nazifascisti, la dittatura.

Democrazia bene, dittatura male.

Poi, certo, ci saranno anche stati, anzi: ci sono stati, partigiani per male, vendette sanguinarie, violenze compiute contro inermi. E saranno esistiti fascisti dabbene, gente che qualche ebreo magari l’ha nascosto, perché lo conosceva, perché da vicino non solo nessuno è normale, ma nessuno è davvero il male, anche se te lo dice il duce.

Ci saranno stati repubblichini che credevano a una loro forma di coerenza.

Però: democrazia, resistenza, bene.

Fascisti, dittatura, male.

Come scriveva Italo Calvino: dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.

Non era un derby.

Anche se oggi dirlo è impopolare. Anzi, come direbbero loro, fuori dal coro.

Nella via in cui abito, a Milano, c’è un negozio per il fascista moderno… Non scherzo: vendono scarpe, giubbotti, magliette… tutte riconducibili a quello che voleva Dio, Patria e Famiglia ed era ateo, fu preso mentre scappava in Svizzera, e di famiglie ne aveva almeno un paio.

Hanno usato come ragazzo immagine, come testimonial, come modello grandi forme, proprio il ministro dell’Interno, che poi all’Interno non c’è mai, farebbero meglio a chiamarlo ministro dell’esterno.

Lui, che usa le frasi di Mussolini per vedere l’effetto che fa. E ne produce due, di effetti: i suoi camerati lo riconoscono, noi ci abituiamo a considerarla una simpatica provocazione. Finché rimane tale. Perché quando ci si abitua alle parole della discriminazione, quando si dà che per scontato che ci sia qualcuno che ha meno diritti, sia per il colore della sua pelle, per la sua religione, per il suo genere, per i suoi orientamenti sessuali, si cambia nel profondo e tutti insieme.

E poi c’è il luna park di Predappio, coi calendari del duce, e l’ironia involontaria chi li compra poi li appende.

E c’è la leader di un partito dell’estrema destra, che fino a questa piccola Weimar senza manco lo strudel, sembrava persino una persona gradevole. La stessa di prima, quella che è entrata nel tunnel del photoshop. Ora ha bisogno di like, di consensi spiccioli, di sfidare il ministro dell’esterno a chi estroflette meglio la mascella. E candida uno che si chiama Mussolini, e si fa fotografare all’Eur sotto il colosseo quadrato, a Roma.

Come se fosse normale.

Ora pensate al nipote di Hitler che si candida in Germania facendosi fotografare davanti allo stadio olimpico di Berlino.

Non è normale. E non succede. Perché loro, i conti con la loro storia li hanno fatti. A differenza nostra.

Ma non è solo una questione di simboli, di esteriorità. C’è un bel libro di William Sheridan Allen che racconta come si possa scivolare nell’autoritarismo senza accorgersene, basta che ci venga indicato un nemico chiaro. Si intitola “Come si diventa nazisti”.  E qui voglio citare la senatrice a vita Liliana Segre, numero 75190 ad Auschwitz: “Mio papà mi spiegò che ero stata espulsa da scuola facendomi sentire per la prima volta “l’altra”, la diversa… La maestra venne a casa e invece di abbracciarmi disse: “Non le ho fatte mica io le leggi razziali”. Quell’indifferenza fu peggio di uno schiaffo. La parola “indifferenza” è peggio della violenza».

Quindi non possiamo essere indifferenti a quello che accade in Italia qui e ora. A quelli che dicono “voi vedete fascisti ovunque”.

Voi vedete fascisti ovunque: li ho visti a Milano inneggiare a Mussolini, li ho visti irrompere nelle sedi di associazioni che aiutano i migranti, li ho visti sparare addosso ai neri come a Macerata, li ho visti bruciare la statua della partigiana di Vighignolo, li ho visti ieri a Bologna a spaccare una lapide che ricordava la liberazione, li vedo a raccogliere i fondi solo per gli italiani, a occupare le case e le sedi a Roma come Casa Pound, li vedo quando picchiano gli omosessuali, li vedo fare i concerti con la loro musica di merda, quando aggrediscono quelli che chiamano zecche rosse, li vedo allo stadio, li vedo sui giornalacci che spargono odio, livore, vittimismo passivo aggressivo.

Li vedo approffitarsi della stessa democrazia che è nata contro di loro. Perché è facile fare i fasci in democrazia, è eroico essere democratici durante il fascismo.

Ma non mi rassegno. E non per una questione di memoria. Che la memoria ce l’abbiamo ancora, è la consapevolezza che ci manca. La consapevolezza che quelli fuori dal coro siamo diventati noi. Che ci facciamo mettere all’angolo da quelli che parlano di retorica della resistenza. Ma quale retorica? I conformisti sono loro. I conformisti dell’anticonformismo. Che lasciamo parlare perché ci sentiamo anacronistici, passati, vecchi.

Ma cosa c’è di più vecchio di un vecchio fascista?

Proviamo a guardarci da fuori.

In tutto il mondo Bella Ciao è un canto intonato da chi cerca la libertà. Lo cantavano in Francia dopo la strage del Bataclan, lo cantavano i turchi oppressi da Erdogan, la cantano in Spagna, in Grecia, la intonavano durante la primavera araba… l’hanno cantata i dissidenti cinesi. È un canto di libertà che solo in Italia e diventato sinonimo di una fazione. Pochi giorni fa la suonavano in una scuola materna, qua vicino, non a Salò, e le maestre hanno dovuto scusarsi perché il solito papà che non si occupa di politica ha chiesto lumi. Ha protestato. E loro si sono scusate: “Ma no, la musica era quella. Ma cantavano La nonna è vecchierella!”.

La nonna è vecchierella?

Ma perché dobbiamo vergognarci dell’unico mito fondante di questo Paese dopo il risorgimento? Perché noi che ne siamo i custodi non la difendiamo ogni giorno soprattutto ora che è in discussione.

È come l’Europa. All’inizio abbiamo capito quanto ci servisse… ci ricordavamo ancora di quando Alcide De Gasperi andava all’Onu, nel ’46, col cappello in mano sapendo, come disse, che tutto era contro di lui tranne la cortesia di chi lo ascoltava.

Per colpa dei fascisti.

Eravamo i paria del mondo. L’Europa ci ha accolti. Protetti. Ridato dignità. E adesso è diventata il nemico solo perché, con tutti i difetti, ci ricorda che se fai parte di un condominio devi cercare di tenere pulito per la tua parte.

Dalle mafie, per esempio.

Devi pagare le quote. È normale. Anzi: essere in regola è un onore. Sono i poveri che hanno sempre odiato avere debiti. Me lo insegno mio padre.

Diamo per scontati 74 anni di pace, dacché gli europei hanno smesso di spararsi addosso. Basterebbe solo questo, per voler bene all’Europa.

Ho quasi concluso. Tra poco tornerete nelle vostre case… date una carezza ai bambini… scherzo.

Però i bambini sono la nostra memoria. La nostra consapevolezza. La nostra speranza. Loro, o gli adolescenti, che consideriamo a volte sdraiati, spesso hanno la schiena più dritta della nostra, si informano senza abbeverarsi al conformismo ai giornali e ai telegiornali iniettano odio nel Paese per qualche copia in più. E se conosci, se ti informi, se sai cosa è successo, se i migranti ce li hai ogni giorno in classe e sai bene che sono persone e non nemici, compagni e non bersagli, che sono come te ma per avere una vita degna hanno dovuto prendere una rincorsa più lunga, saprai anche che la Resistenza non è una parola vuota.

Noi oggi celebriamo qualcosa che continua. Una piccola battaglia di civiltà quotidiana contro tutti i fascismi, anche quelli più subdoli, che cambiano nome ma alla fine una cosa sola vogliono: la sottomissione dei più fragili e dei più deboli.

Di un popolo che in realtà disprezzano profondamente.

Grazie alle donne e agli uomini che hanno dato la loro vita perché oggi potessimo essere qui.

Perché i diritti ci mancano solo quando li abbiamo persi.

Viva la Liberazione, viva la Resistenza, viva il 25 aprile.