Il professionista dell’antimafia: la solidarietà a Luciano Bruno

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Non sopporto le campagne volatili (“Condividi se hai un cuore”, “Clicca qui per sconfiggere il cancro”, “Per non dimenticare: tutti insieme contro la ‘ndrangheta”) e nello stemma della mia famiglia c’è il famoso adagio di Brecht: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Però da diverso tempo i professionisti dell’antiretorica mi stanno sulle balle quasi quanto i retori. Perché da noi, in Italia, si abbatte quasi sempre ciò che manco si è iniziato a costruire. Un nome: Saviano. Ce ne siamo annoiati dopo un amen, ci ha delusi perché non sconfiggeva la camorra coi superpoteri, e adesso ogni suo passo maldestro viene salutato dalla ola dello stesso pubblico che lo osannava.

Quando Sciascia agitò sul Corriere il “professionismo dell’antimafia“, aprì l’ombrello sull’italianità più bieca. Tralasciando l’obiettivo diretto – Paolo Borsellino – quella definizione, presente in realtà solo nel titolo, ha fatto da rifugio per il garantismo peloso, i delinquenti veri, l’italico disprezzo per tutto quel che è Stato e il totale disinteresse per quel che sarà.

Pippo Fava era un professionista. Ed era contro la mafia. Dalla mafia fu ucciso. Gli sopravvive, tra mille stenti e milleuno slanci, i Siciliani. Il mensile che fondò nel 1982. Fallì nel 2006, è rinato grazie a Riccardo Orioles, e tra i suoi collaboratori ha Luciano Bruno, cronista, attore, scrittore catanese che l’altra mattina è stato picchiato da sei persone per aver scritto di Librino, il quartiere che sta a Catania come Scampia sta a Napoli: la polizia, i posti di blocco li fa fuori.

Ecco: il Paese che ha bisogno di eroi sarà sfortunato, ma lo è anche di più se non riconosce l’eroismo quotidiano. Per questo, domani mattina a Lateral, vorrei che Luciano Bruno, che nella foto vedete sorridere fiero, mostrando il dente che gli hanno spezzato a pugni, sentisse una solidarietà diffusa.

Vorrei poter leggere in diretta i messaggi che gli ascoltatori vorranno lasciargli. Vorrei ringraziarlo, lui e tutti quelli che ogni giorno ribattono alle minacce col loro lavoro. La mentalità mafiosa, l’intimidazione dell’informazione e del diverso parere, non è solo l’abito mentale di Cosa Nostra. Anche per questo, difendere Luciano Bruno significa difendere il nostro diritto, giornalista o no, a proclamarci diversi.

E a esserlo. Ogni giorno.

Mi scuso per il pippone.

Nota bene Chi volesse manifestare sostegno a Luciano Bruno e a I Siciliani può farlo questa sera al quartiere Librino, qui.

Il discorso di fine anno del mio presidente della Repubblica

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Stasera si fronteggeranno due messaggi di fine anno. Non so se il presidente Napolitano e il suo antagonista faranno un riferimento forte e chiaro alla criminalità organizzata. So che, potendo scegliere, vorrei che l’anno prossimo al Quirinale fosse seduto un galantuomo coraggioso come Nino Di Matteo, e che fosse lui a parlare agli italiani di mafia, della mafia che vuole ucciderlo, di come, lo diceva Peppino Impastato, sia quella la montagna di merda che ci rende sudditi e non cittadini, anarcoidi che scambiano i privilegi per i diritti, e che continuano – continuiamo – a sentirci assolti anche se, delle condizioni in cui versa l’Italia, siamo tutti responsabili. In questi tre minuti scarsi il giudice Di Matteo ringrazia gli italiani che sono orgogliosi di lui. Cerchiamo di esserne all’altezza.

Il discorso alla nazione di Nino Di Matteo