Con grande rispetto, su antifascismo e fascismo dovremmo prenderci un po’ meno per il culo

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(ANSA – STEFANI) Eugenio Maria Luppi, alla sua estrema destra nella foto

Avete mai letto la scritta Wids in autostrada? Un tempo sì, ora meno. Era il corrispettivo appena meno diffuso di “Dio c’è”.

Magari non sapete cosa significa, Wids. È l’acronimo di Viva Il Duce Sempre e campeggia tra l’altro sulle felpe che si smerciano negli spacci nostalgici di Predappio, dove il sindaco Pd ha appena lanciato una Mussolandia che presto attrarrà il pellegrinaggio di altri camerati.

Perché Wids lo leggete meno, tra un Camogli e l’altro?

Perché attiene a un’era geologica precedente, quando ancora il neofascismo non era così cool, così sdoganato, e andava in qualche modo mediato. Un barlume di vergogna (e di eccitazione carbonara) permaneva ancora. È lo stesso ritardo storico del carabiniere di Firenze, quello che si è appeso in cameretta, accanto al poster di Salvini, la bandiera del Secondo Reich, simbolo neonazista di risulta massimamente utilizzato in Germania per aggirare le prescrizioni contro i rigurgiti hitleriani.

Una sospensione temporale che sembra aver colpito anche la presidente del Borgo Panigale Calcio, Barbara Antinori, che ha preso cappello contro chi critica l’ingaggio di un tizio, Enrico Maria Luppi, che poche settimane fa, per festeggiare un gol, è andato a fare il saluto romano a Marzabotto, ha indossato la bandiera della Repubblica di Salò, e ha sfregiato in un attimo la memoria dei 1800 morti di Monte Sole.

Ai genitori dei bambini che non volevano tale, maldestro, esempio accanto ai loro figli, Antinori ha risposto stizzita che sa come educare i giovani, e che chi non è d’accordo può prendere la porta. Di fronte al presidio antifascista durante la partita di domenica scorsa, ha fatto spallucce e ribadito che trattasi solo di rinforzo tecnico (da due categorie inferiori? Ma dai). E nulla ha commentato davanti alla presenza di una rappresentanza di Forza Nuova, che sembrava fosse lì a rivendicare l’intera vicenda: “Che c’è di male a dirsi fascisti?”.

Già, che c’è di male? Che c’è di male a portare quei lugubri colori a pochi passi dal luogo dell’eccidio di Casteldebole? Nel percepito diffuso, ormai poco o niente. Siamo un Paese che non ha fatto i conti con le proprie colpe e ancora si balocca nella narrazione degli italiani brava gente. Ipocriti che hanno concesso alle curve di diventare il luogo magico in cui il cupore intellettuale e il proselitismo autoritario si sposano e poi donano le fedi alla patria.

E allora coraggio, presidente, ci dica la verità. Che l’ingaggio di Luppi è un gesto consapevole, da rivendicare, figlio di un clima in cui certo pedigree non è un inciampo ma un pregio. E se non è così, ci racconti cosa le è saltato in testa di urtare in questo modo una comunità che ancora si fonda su certi valori. Quelli a cui si ispirava anche Loris Ropa, storico presidente del Quartiere in cui lei curiosamente esercita, scomparso proprio ieri.

Un uomo perbene, un grande amministratore, un antifascista vero. Se non vuol darla al povero scrivano, la riservi a lui, una risposta.

Possibilmente degna.

Che cos’era la sinistra: un nome comprato ai grandi magazzini Gum

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(ANSA – TRASFERELLI) Il simbolo di Liberi e Uguali, disegnato da una pasticciera di Velletri

La ragione sociale è importante. I socialisti, i comunisti, i liberali, i repubblicani… Altri tempi, per carità. Ma capivi subito dove andavano a parare: tangenti, bambini alla griglia, poltrone di governo, piadina romagnola. E il nome Partito a me piace: comunica forza e consapevolezza. Significa far parte di qualcosa. Condividere ideali. Non mi fido di chi si definisce Movimento, Lega, o addirittura ha un nome da stadio. Di quelli che fanno politica fingendo che i politici siano gli altri. E allora, con affetto: ma perché #liberieuguali? Come si chiamano i militanti? Liberisti? Egualitari? Liberugualisti? Già in pancia avete i Possibilisti, i SinistriItaliani, gli Articolounisti, persino i Dalemiani. Ho apprezzato parecchio l’idea civatiana del partito che dice la verità anche quando è spiacevole, che conta sull’intelligenza degli elettori, anche se poi la nascita del nuovo rassemblement è piena zeppa di alchimie da politica preistorica e posti in piedi spartiti tra vecchi arnesi e nuovi velleitarismi. Di popolo, pochino. Però, se mi stai raccontando di voler ricostruire la mia casa politica, dimmi come ti chiami, almeno quello, e ti dirò se vengo anch’io. Non dico di avere il coraggio di essere conseguenti e scegliere un nome provocatorio (tipo “Partito impopolare”) e nemmeno di sfidare quella che sembra la vostra ossessione chiamandovi “Partito Veramente Democratico” (pensateci, al Tg1: “I veramente democratici hanno dichiarato…”). Però anche una cosa un po’ polverosa tipo “Partito progressista” andava benissimo perché avrebbe marchiato una diversità, una nettezza, il coraggio di offrire un modello alternativo ai vari populismi che anche il Pd incarna pur potendo vantare una denominazione tradizionale. Invece no: Liberi e Uguali. Sembra il nome di quelli che ti chiedono una firma per strada contro la droga. E anche oggi, ovviamente non solo per questo, vi voto domani.

Come il centrosinistra perderà le prossime elezioni, spiegato male

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Nel discorso della montagna, un noto capellone semita diceva: “Sia il tuo sì, sì e il tuo no, no”.

Era un invito a cui tutti noi ci sottraiamo ogni giorno: quello di essere conseguenti rispetto alle enunciazioni.

Se sei un politico, ciò dovrebbe valere doppio. E dovrebbe esserci un’equanimità di giudizio. Ad esempio, gli stessi che – giustamente – imputano a Renzi la capriola sul referendum (“Se lo perdo, lascio la politica”) diventano improvvisamente indulgenti su Grillo che disse la stessa cosa per le Europee del 2014.

Ma finché si gabbano gli avversari, pazienza. Il problema è quando buggeri i tuoi. Quando il tuo sì diventa no, e viceversa.

Un esempio.

Pare che il Pd stia scaricando Tito Boeri, che era stato nominato da Renzi all’Inps in un momento di “magic touch”. Un tecnico competente al posto giusto.

Lo spoiling system dei propri (se si chiama così, non mi viene una traduzione italiana) si era già manifestato con Antonio Campo dall’Orto, direttore generale della Rai silurato dai renziani dopo averlo innalzato a un ruolo difficile da mantenere.

Entrambi erano – sono – due tecnici cui era stato detto: “Vi nominiamo perché siete bravi, non per lottizzarvi. Fate come meglio credete”.

Quelli hanno fatto come meglio credevano. A casa.

Ecco perché, tra i mille motivi, il Pd è al 25%. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”. E se prometti rottamazione, trasparenza, meritocrazia, non puoi prendertela con chi hai nominato perché non è una marionetta ai tuoi comandi.

Poi io di politica non capisco niente, e non voglio pensare che il siluro a Boeri (un “tecnico”) sia come quello che, via Visco, punto dritto al fondoschiena di Draghi. Un altro che nel potenziale casinone derivante da questa legge elettorale demenziale, potrebbe salire a Palazzo Chigi col compito di drenare qualche voto di responsabilità.

Penso solo che grattando il nuovo Pd si scovi una vecchia Dc che parla come un moderno Cinque Stelle. Perciò, spesso, berciando.

Oggi Michele Serra ha scritto un pezzo interessante sugli opposti estremismi piddini e del variegato campo della sinistra. Per seguire quell’invito alla conciliazione, servirebbero due fatti:

  • Renzi che concede qualcosa in termini di autocritica e la smette di comportarsi come l’uomo della provvidenza, perché di solito quelli hanno il 100 per cento.
  • La sinistra che (solo dopo un atto concreto) smette di compattarsi esclusivamente in funzione antirenziana.

È per questo che il centrodestra, se non si manda prima affanculo, vincerà le elezioni e il Pd probabilmente non sarà nemmeno in prima fila.

Temo.