Della concorrenza all’italiana spiegata attraverso una valigia persa su Italo

Standard

 

Attenzione: pezzo lungo e a forte rischio esticazzi

L’altra sera, Bologna-Roma, Italo.

All’atto di scendere scordo la valigia a bordo.

Il treno si ferma lì, è l’ultimo della sera, la carrozza è vuota. Tre evenienze che mi fanno sperare di ritrovarla, nonostante non si sia in Svezia.

In fondo basterebbero un capotreno onesto e pronto  – cioè controlla il treno prima che vada in deposito, come immagino dovrebbe fare  – o un addetto alle pulizie onesto e basta (dopo) per farmi rientrare in possesso del bagaglio.

La mattina dopo alle 7 chiamo blandamente fiducioso il call center di Italo, ma quello gratuito serve solo per comprare i biglietti. Se hai bisogno di altro, paghi oltre un euro al minuto.

Faccio l’altro numero. La situazione sembra professionale: un’addetta mi chiede i codici, i miei dati, e mi dice che sarò richiamato. “Per essere sicuro però le converrebbe andare alla lounge Italo di Roma Termini”.

Non ho tempo di andare alla lounge (#fastidio). Aspetto fiducioso. Non chiama nessuno.

A metà giornata ritelefono. Ripago. Mi fanno presente, cortesissimi, che loro stanno a Reggio Calabria. Chiedo notizie. La mia segnalazione precedente non risulta. “Però le conviene andare a Termini”. Io: “Naturalmente la lounge non ha un numero pubblico”. Loro: “Non ce l’abbiamo neanche noi”.

La sera, finito di lavorare, vado a Termini.

Quando espongo il mio caso all’impiegato della lounge mi scruta con lo stesso sguardo che ha la Raggi quando vede una delibera: “Ma chi: io?”. Mi spiega cortesissimo che loro non c’entrano niente. Mai visto valigie in vita sua. Devo andare alla Polfer.

Esco, accoppiando mentalmente nostro signore ad alcuni animali da cortile. Raggiungo il casotto provvisorio della Polfer al centro della vasca di Nervi. Busso. Non rispondono. Guardo attraverso i vetri oscurati: nessuno.

Comincio allora a vagare nella ricerca di un agente. Ne trovo uno che sta dando indicazioni a due giapponesi in un inglese che persino Matteo Renzi troverebbe deprecabile. Cortesissimo pure lui, si offre di accompagnarmi al commissariato vero e proprio. O come si chiama.

Sembra Paolo Di Canio. A giudicare dal berretto fuori ordinanza (modello due taglie più piccolo: da falchetto) forse la pensa allo stesso modo politicamente.

Durante la lunga camminata – la Polfer è dentro Termini ma ai confini con Frosinone – chiacchieriamo del dato che rende possibile la mia odissea minima: le Ferrovie dello Stato, che gestiscono le stazioni e le sfondano di esercizi commerciali fino a non lasciare spazio manco per i treni,  hanno abolito da alcuni anni gli uffici oggetti rinvenuti, che costerebbero come dieci minuti dell’affitto di Yamamay a Milano.

La procedura attuale prevede(rebbe) che l’eventuale buon samaritano, ove trovasse qualcosa sul treno, andasse all’apposito ufficio del Comune di Roma che sta a Ostiense, dall’altra parte della città.

Sottolineo l’inciviltà della cosa, lo scarico della responsabilità, il sostanziale “cazzi tuoi”.

Risponde che sì, ho ragione. Però dietro all’abolizione di quell’ufficio potrebbero esserci altri motivi. “Magari la gente se ne approfittava”. Mentre sto per chiedergli che tipo di prevaricazione potrebbe mettere in atto uno che perde una valigia, siamo arrivati.

Mi deposita davanti a un citofono. Suono il campanello. Voce gracchiante: “Oggetti smarriti?”. Il che rivela l’esistenza di una procedura parallela: la Polfer accetta in via del tutto eccezionale, per buona volontà, di trattenere ciò che non dovrebbe trattenere “ma solo se contiene cose di valore”. Io ho due maglioni appena comprati che, ove indossati, forse mi eviterebbero di sembrare la controifigura anziana di Pig Pen.

Mi sa che non basta.

Do indicazioni, sempre al citofono. Va a cercare. Dopo 10’ il citofono crepita di nuovo. Niente.

Impietosito, l’agente di guardia esce a congedarmi. Cortesissimo. Mi spiega che loro vanno oltre il loro dovere, e che in magazzino c’è solo una valigia con dentro un tablet.

Contemplo mentalmente l’ipotesi di appropriarmene, ma è un attimo. Lo saluto.

Mentre ripercorro a ritroso il percorso verso l’albergo – la procedura mi ha fatto perdere l’ultimo treno per casa – e associo altre creature del mondo animale a parenti di primo grado delle più comuni divinità, realizzo che ho bisogno di sfogarmi. Cortesemente.

Chiamo il call center a pagamento, mantengo una calma olimpica, ma rilevo che mi hanno dato una quantità importante di informazioni false. E a caro prezzo.

Quella mi ascolta, cortesissima, e allarga le braccia: “Ha ragione su tutto. Ma siamo a Reggio Calabria”.

Stamane torno a Termini, alla lounge: vorrei annunciare fiero a qualcuno in carne e ossa che d’ora in poi piuttosto che viaggiare su Italo prendo il calesse. Una ragazza, cortesissima, mi dice che sì, normalmente le valigie vengono lasciate anche da loro (quello della sera prima doveva essere un mitomane con la divisa di Italo) ma non ha ricevuto niente. Devo andare alla biglietteria di Italo e parlare con una responsabile.

Vado alla biglietteria. Dove trovo una bigliettaia, cortesissima, che mi fa aspettare un po’ e mi introduce alla responsabile. Cortesissima. Mi ascolta mentre le ripeto la litania, cortesissimo pure io, comprensivo verso chi mette la faccia per un’azienda che ha fatto tagli clamorosi e costringe i lavoratori a continue figure di melma.

Spiego tra l’altro che i casi sono due:

o la mia valigia se l’è ciulata qualcuno che ha normali rapporti di lavoro con Italo, quindi farebbero meglio a controllare chi si mettono in casa.

Oppure è ripartita col treno che avevo preso io e quindi c’è un bagaglio non controllato da alcuno che viaggia per l’Italia. Meno male che non siamo sotto le Feste e non ci sono allarmi terrorismo.

Dice che ho ragione, che praticamente ho spiegato io a lei quel che succede, che è colpa delle Ferrovie dello Stato, che loro, loro di Italo, ci hanno anche provato a ridare le cose ai passeggeri. “Ma poi magari la gente se ne approfittava”. Ora posso a chiederlo a lei: in che senso se ne approfittava? “Sa, magari volevano recuperare i guanti, i cappelli, gli occhiali”.

In effetti è surreale: perché mai uno che ha perso sul treno un paio di occhiali, magari costosi, vorrebbe recuperarli col pretesto che non ci vede?

Lascio il mio telefono alla responsabile cortesissima nella speranza che Babbo Natale si palesi  e mi rimandi la valigia. Non accadrà. Speriamo che i miei maglioni stiano bene al nuovo proprietario.

Morale: Grandi Stazioni (Trenitalia), abolisce gli uffici oggetti smarriti perché costano. Italo abolisce il personale che potrebbe aiutarti a recuperarli. Perché costano. Entrambi negano informazioni alla clientela, o le danno sbagliate attraverso un girone dantesco che assimila disorganizzazione e malafede, e dopo averti carpito il prezzo deli biglietto ti lasciano ad arrangiarti persino in minime emergenze come questa. Lucrando una doppia posizione dominante.

Infine, io sono diventato impopolare al lavoro portando gli stessi vestiti per due giorni.

Però avete notato che sono tutti cortesissimi?

Perché Renzi fa bene a definire accozzaglia il fronte del No

Standard

C’è un articolo di Michele Serra su Cuore che rappresentò per me una sorta di epifania della politica. O, almeno, di una mia personale concezione della politica.

Per questo lo cito spesso.

Risale, credo, al ’92.

Riguardava la scoperta delle tangenti nell’allora Pds e le risate sguaiate della Destra, che si faceva beffe della diversità altrui tanto sbandierata e, ora, violata.

Michele ammetteva di essersi fatto delle domande, nel momento di scoprire che anche la Sinistra rubava. Di essersi chiesto in primis chi gliel’avesse fatto fare di distribuire l’Unità, cuocere le salamelle alle feste, fare vita di sezione. Di, insomma, militare. Gratis.

E si rispondeva di averlo fatto per sé. Per le proprie idee.

Così, l’impatto con la triste realtà lo colpiva ma non lo uccideva.

In questi giorni quell’articolo mi è venuto in mente per due volte.

La prima, dopo i guai grillini a Palermo. Chi ha copiato – falsificato – le firme necessarie alle candidature ha commesso un reato. E chi lo difende a suon di benaltrismo ne è in qualche modo complice: la legalità a partiti alterni è il dato dell’italianità deteriore, di chi ha trovato in Grillo il modo di emendarsi da chi votava prima. Spesso i peggiori.

Ma sono certo ci sia anche un substrato dabbene, sebbene soverchiato da troll, haters, semplici paraculi, leader diventati soubrette, che ha creduto nel MoVimento come reale forza di pulizia. Molti di loro già ne sono usciti. Ma gli altri, oggi, si stanno facendo la stessa domanda: ma se siamo uguali a chi contestiamo, chi ce lo fa fare? E forse si rispondono che lo fanno per loro stessi. E stanno meglio.

La seconda, quando Renzi ha definito “accozzaglia” il fronte del No al referendum.

Non perché non lo sia (da Forza Nuova all’Anpi c’è una teoria multicolore nella quale una campagna così cruenta affonda giustamente il coltello) ma perché valuta il fronte avverso con una lente da politica 1.0.

Partitica.

Forse si rivelerà una strategia vincente, quella di paventare il diluvio di un governo Salvini-Grillo-D’Alema. Ma non tiene, scientemente, conto del dato che in un referendum è giocoforza far convergere le proprie convinzioni in due pentoloni – mi scuso per la metafora troppo tecnica – nei quali sobbollono insieme Gasparri e Civati, o Verdini e Chiamparino.

Così, definendo accozzaglia una fazione (con la consapevolezza che pure l’altra la è) si offendono di botto tutte le persone comuni cui è stato raccontato più volte come il referendum non sia una questione di bassa politica, ma un punto alto di cui, sembra incredibile anche a me, discutono con passione nei bar veri e in quel grande e malfamato caffè rappresentato dai social.

Oggi, caduti i partiti ottocenteschi, l’unica democrazia diretta, al netto della presa per i fondelli di Grillo, sono i comportamenti personali. Tra questi, un voto consapevole. Che non andrebbe deriso, mai.

Neanche quando viene da un’accozzaglia opposta alla tua.

De Luca fuori dal Pd, #bastaunsì

Standard
(ANSA - GENNY SAVASTANO) De Luca mentre chiede a Renzi se sa chi lo saluta un casino

(ANSA – GENNY SAVASTANO) De Luca mentre chiede a Renzi se sa chi lo saluta un casino

Ci tengo a dire una cosa, pacatamente: a me delle panchine di Salerno non frega un cazzo.

E anche della splendida illuminazione, di Salerno.

Che un sindaco qualunque metta le panchine e illumini le piazze mi sembra il minimo. E non trovo che per questo lo si debba idolatrare – specie lontano da casa sua, ma si sa che le mitologie si giovano della distanza chilometrica – e accettarne estro, linguaggio, postura verbale.

Mi sembra pochino anche per diventare presidente della Regione.

Perché Vincenzo De Luca è principalmente un intimidatore.

Il suo linguaggio diverte se lo fa proprio un bravo comico. Ma deprivato della satira fa paura.

Lo fa quando pesa e cadenza le parole contro i grillini (che non hanno titolo per criticare le violenze verbali altrui, ma non per questo devono esserne vittima) e quando, convinto di non essere ripreso, augura la morte a una compagna di partito. Dandole dell’infame.

Il dettaglio lessicale non è un caso.

L’infamità è tipica di un linguaggio malavitoso, curvaiolo, ultrà. È un aggettivo che attiene al patto tradito, al familismo violato, all’omertà non rispettata.

Occhio: questo non significa che De Luca sia un mafioso.

Significa che la sua cultura è quella della devastazione altrui, del rancore che porta conseguenze, della minaccia politica come stile di governo.

La cultura che i peggiori luoghi comuni affibbiano al Sud. Tutto il Sud. Anche quello che certo linguaggio schifa. Come schifa chi lo sparge per il Paese.

Quando mi sono permesso di suggerire al Premier (o al segretario del Pd, che sono poi la stessa persona) di prenderlo a metaforiche pedate, i renziani più accaniti mi hanno subito tacciato di critica preventiva e immotivata.

Ma la mia non era una critica*, anzi. Mi offrivo come spin doctor gratuito.

Pensateci: il primo Renzi aveva conquistato fior di consensi promettendo la rivoluzione. La rottamazione. La ripartenza gioiosa.

Ora: cosa c’è di più rivoluzionario che abbattere con un gesto plateale la non emendabilità del nostro Mezzogiorno?

Cosa c’è di più clamoroso, innovativo, realmente coraggioso che mandare all’ammasso i voti che De Luca garantisce – e quanti – spiegando che la vera battaglia è culturale e passa anche per la pulizia di casa propria?

Una delle accuse che il new deal leopoldiano riversa sulla sinistra d’antan è il non saper vincere. Ha ragione. Anche se al momento Renzi ne ha vinta una sola, ed era un’amichevole.

Però il “come” si vince è importante. E vincere accontentandosi dello status quo, coi soliti voti, col senso comune che fa strame del buonsenso, senza nominare mai mafia, camorra, evasione, manco per sbaglio, qualifica certe vittorie, tipo quella di De Luca,  come mero esito di una contingenza azzeccata. Senza alcun gesto concreto per cambiare, davvero, l’anima profonda di un Paese che ha un terzo dell’economia in mano alla criminalità organizzata e si ciuccia ogni anno 270 miliardi nero. Roba che ad Amatrice potresti farci le scuole a castello. Disegnate da Renzo Piano. In oro massiccio.

Non so (non m’intendo di politica) se il presidente del consiglio sia davvero uno splendido tattico ma uno stratega raffazzonato. Fosse solo un tattico, ribadirei il consiglio che mi ero permesso di dare: allontanare De Luca. Ora.

Se i sondaggi sul referendum sono veri, sarebbe l’unico modo per recuperare qualche voto a sinistra, quella sinistra cui sta radendo al suolo la casa. Fossero falsi, arriverebbe al trionfo col vento in poppa della prima decisione (la seconda, va’: le unioni civili sono un bel colpo) realmente esemplare presa in mille giorni di governo.

Sennò, temo, ci stiamo prendendo in giro. Come chi mette quattro luci in piazza e poi avvelena i pozzi augurando la morte a chi gli si para davanti.

Coraggio Matteo: lasci De Luca al proprio destino. E lo separi dal suo. Adesso. #bastaunsì.

*certo che era una critica, ma altrimenti non mi avrebbe retto l’impianto retorico del pezzo

 

 

 

Coraggio, Tavecchio: faccia mettere quella fascia per ricordare Fatim

Standard

Gentile dottor Tavecchio,

ieri ho lanciato una petizione per ricordare Fatim Jawara, la giovane portiera della Nazionale del Gambia morta in mare mentre cercava di arrivare in Europa e giocare a pallone.

Era indirizzata a lei e alla Lega calcio di Serie A.

Volevo, voglio ancora, volevamo e vogliamo, che le squadre scendessero in campo col lutto al braccio per ricordare una ragazza che sognava di fare il loro mestiere. Ed è morta annegata insieme a centinaia di altre persone. Migliaia, dall’inizio dell’anno.

Ha risposto la LegaPro, che farà osservare un minuto di silenzio (rischioso, con certe curve, ma è pur sempre un gesto coraggioso). Ha risposto la Lega Basket, i cui giocatori domani scenderanno in campo col lutto sulle canotte.

So per certo che potrebbe presto rispondere la serie B di Andrea Abodi, sensibile a tematiche sociali, su suggerimento dell’Hellas Verona. Verona: sarebbe bellissimo che il contagio partisse proprio da lì.

E poi ha risposto lei. Che ha disposto il lutto al braccio nel campionato femminile.

Ecco, non basta. Non ci basta. Non perché il calcio giocato da donne sia in qualche modo inferiore, ma perché quella fascia nera deve essere vista da più persone possibili. Deve arrivare anche a chi, nei nostri stadi, insulta le persone di colore. E a chi semplicemente ritiene normale che ciò accada. E gira la testa dall’altra parte.

Capita che le partite vengano precedute da generici inviti a combattere il razzismo. Ma stavolta abbiamo un appiglio concreto, di cui i calciatori sarebbero testimonial assolutamente consapevoli: ricorderebbero una persona che aveva il loro stesso desiderio.

Per questo le chiedo di agire, ora. Compia un piccolo gesto di civiltà. Permetta ai bambini che spesso dite di rivolere negli stadi di chiedere ai loro padri il perché di quella fascia. E ai padri di rispondere che ricordano una giovane e coraggiosa calciatrice.

A quel punto, Opti Pobà sarà solo la battuta di spirito mal riuscita di un presidente che una domenica di novembre del 2016 prese una decisione a forte rischio di impopolarità.

Ma giusta.

Grazie

Luca Bottura

 

Caro Beppe ti scrivo (di satira, analfabetismo funzionale e cause del medesimo)

Standard
(ANSA - UNA COSA PAZZESCA) Mike Bongiorno - a sinistra nella foto - insieme al Signor No

(ANSA – UNA COSA PAZZESCA) Mike Bongiorno – a sinistra nella foto – insieme al Signor No

Caro Beppe,

il nostro comune amico Michele Serra (mi) diceva anni fa che la satira non sposta un voto. Aveva ragione, allora. Poi arrivasti tu, che la satira la sapevi fare, e la ibridasti con la militanza. Spostandone milioni, di voti.

C’è comunque chi si ostina a farla come un tempo, anche se con mezzi contemporanei come il web. Ti racconto una storia, senti qui.

Due settimane orsono Matteo Renzi è stato ospite di Politics, il talk di Raitre. Poteva portarsi un tablet, per interagire col pubblico. Invece si era fatto preparare una postazione con tanto di pc per controllare i social network. Sembrava conducesse lui. La postura di Renzi – e quella di Semprini – mi hanno fatto venire un’ideuzza: un filmato satirico dal quale si evincesse, con una finta chat, che il suo spin doctor Filippo Sensi lo eterodirigeva in diretta. Il tutto montato come se Renzi rispondesse agli stimoli: “Sensi” gli diceva di fare la faccetta basita, il Premier eseguiva. Gli raccomandava di stare attento alla Berlinguer, che lo intervistava, “perché questa l’abbiamo cacciata noi”. E Matteo si adeguava. Gli suggeriva di buttarla in caciara parlando di pastorizia, e il pdc eseguiva (sì, Renzi ha davvero parlato di pastorizia a Politics). Grazie a un eccellente realizzatore – Enrico Bettella – l’idea è diventata un video, pubblicato sulla pagina Facebook di Niente, un portale satirico di cui sono complice. E ha raccolto quasi 700.000 visualizzazioni.

Ma il dato non è questo. Il dato erano i commenti e le condivisioni dei militanti grillini convinti che quel video fosse veritiero. Oltre 17000.

Ci torno tra un po’.

Prima voglio raccontare cos’è successo la settimana successiva. Stesso programma, altro ospite: Alessandro Di Battista. Il quale ha risposto ad alcune domande, si è sottratto ad altre, ha restituito al tuo pennivendolo con uso di satira – io – un’importante impressione di irresolutezza. E anche a Enrico, che ha cucito un copincolla della popstar grillina nel quale alternava risposte surreali ma vere (“Se la Siria è una dittatura lo decideranno i cittadini siriani”: ma sì, certo, magari con regolari elezioni) e silenzi eloquenti.

Un’invenzione, come quella di Renzi. Un po’ meno condivisa – anche in tv Renzi ha fatto molto più share del pentastellato – eppure irrorata dagli stessi commenti indignati. Stavolta di segno opposto, ma provenienti dalla stessa platea: i grillini, sempre loro, si lamentavano con violenza del sopruso, accusando Niente di far parte del complotto Pd. Spiegavano che anche se è satira, la satira deve dire cose vere. Incollavano il link della puntata completa. Minacciavano di togliere il like (ancora rido) e esplodevano in epiteti di vario genere.

Vuoi un florilegio? Te ne regalo due, con punteggiatura originale.

Il primo dei commenti su Renzi.

QUELLO CHE LA SA attento matteuccio a non far cadere l ‘ auricolare che hai infilato nell ‘orecchio senno’ dopo non riusciresti a mettere insieme due parole di senso compiute.Hai fatto la fine di Ambra che si faceva suggerire da Boncompagni nella trasmissione non e ‘ la rai.

IL DUBBIOSO bufala ..nel senso e stato montato a doc ..o no?..la mia e solo una domanda visto che ho condiviso il link e comincia la tarantella di bufala o meno .

L’EUROPEISTA Ma il presidente del consiglio è lui o un grande fratello manovra il Renzi? Sono sempre più portato a credere che Renzi sia solo la testa di legno di qualcuno, magari tedesco o banchiere.

IL WIKIPEDIANO il nome del suggeritore sarà mica questo Filippo Sensi?? A gennaio 2014, dopo l’avvento di Matteo Renzi a segretario del Partito Democratico, Filippo Sensi è stato nominato capo ufficio stampa del PD e portavoce di Renzi,[2][6] nonché direttore responsabile di YouDem.[7] Il suo ruolo di spin doctor per Renzi è stato paragonato a quello di Alastair Campbell per Tony Blair.[1]

LA SOPPESANTE Avete capito ora perché sta sempre con il cellulare o il tablet in mano? Avrà preso la laurea a pagamento, ed è arrivato lì per le conoscenze del farabutto padre .É un ignorante ed ha bisogno di un suggeritore! Poi dicono che non sono preparati i giovani del Movimento! Di Maio ieri sera ha parlato da grnde statista!

IL PACIFISTA RIDICOLO, MA VERAMENTE NON TI VERGOGNI, BUFFONE DI MERDA. OMIGNOLO ENCEFALITICO. IMPICCATI CHE FAI PIÙ BELLA FIGURA.

QUELLO CHE NON SA LEGGERE Come è bravo a fare il burattino oltre a fare il parassita ma chi è il burattinaio che lo governa online? Jim Messina di sicuro visto che è pagato profumatamente.

Il secondo dei commenti su Di Battista.

IL DIALOGANTE Questa la considero una bella pagina di satira…ma non nel momento in cui viene falsificata la realta. Continuate a fare video sulle cazzate, perché se un ignorante finisce sulla vostra pagina finisce anche per credervi.

ILCAPSOLOCCHISTA FATE SOLO PENA A MONTARE VIDEO A CAZ(Z)O DI CANE CONTRO LE ULTIME SPERANZE CHE QUESTO PAESE HA DI RISOLLEVARSI !!!!

IL REITERANTE Più vedo questi video e più voto un no mi ci portano a votare no se vorrei votare si sono questi video scandalosi a farmi capire che solo un no se po votare.

IL COMPLIMENTOSO Bel discorso, montato in modo perfetto. Siete ridicoli ma non la darete a bere a nessuno…

L’ANALITICO Du fatto però le domande che gli vengono fatte sono proprio del cazzo. Ma che vuol dire voteresti Clinton o trump??

LA PDCENTRICA Video tagliato e rimontato si vede benissimo e per tutti quelli che criticano Di Battista vi dico solo una cosa PIDDINI SCIACQUATEVI LA BOCCA QUANDO PARLATE DI DI BATTISTA

IL CAPSOLOCCHISTA, SECONDO ESTRATTO GRANDE ALESSANDRO DIBATTISTA. SEI IL NOSTRO GRANDE GUERIERO. QUESTI FARABUTTI CHE CERCANO DI CONFONDERE LE IDEE, NON C’È LA FARANNO, VINCERÀ L’ONESTÀ. LI SCHIACCEREMO STI LURIDI VERMI. POSSONO ABBOCCARE SOLO QUELLI CHE NON SI VOGLIONO INFORMARE.

Ora, da condirettore editoriale di Niente dovrei essere entusiasta. Muoversi a cavallo tra realtà e finzione è un classico dell’arte e della satira (da Orson Welles a Il Male, passando per l’Unità di Staino e La Verità di Belpietro) e aver gabbato parte del pubblico rappresenta una virtuale medaglia. Pure di materiale prezioso.

Ma mi faccio e ti faccio una domanda, Beppe. Anzi due. Anzi tre. Anzi, quattro.

La prima: quella satira era faziosa? Ma certo. La satira si fa prendendo parte, meglio se non sempre la stessa.

Voleva significare che Renzi si fa eterodirigere ed è dipendente dai social? Ovviamente.

Ambiva a dimostrare con una risata il vuoto pneumatico di Di Battista? Ovvio che sì.

Ma se questi nove anni di risveglio delle coscienze sono serviti in massima parte a formare un popolo di analfabeti funzionali che ha perso per strada le parole d’ordine del Beppe Grillo che fu (disincanto, discernimento delle fonti, ironia) e si è trasformato in una miriade di complottisti impermeabili alla satira, non avrai sbagliato qualcosa?

O non sarà piuttosto che hai azzeccato tutto?

Un abbraccio, in alto i cuori. Uno vale eccetera.

Ciao.