Due o tre cose su Resistenza e fascismi

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Oggi ho avuto un momento di non trascurabile felicità, tenendo l’orazione civile sulla Resistenza nella piazza del Comune di Sasso Marconi. Questo è più o meno quello che ho detto. Grazie a chi mi ha ascoltato e mi ha chiesto di pubblicare il testo.

 

 

 

 

 

 

Ringrazio il sindaco, l’Anpi, le autorità per l’onore che mi concedono oggi.

Quando ho ricevuto la chiamata, ho subito chiesto chi avesse dato buca all’ultimo momento.

Era una battuta, ma neanche tanto.

Loro non mi hanno risposto.

Forse qualcuno aveva DAVVERO dato buca all’ultimo momento. E sono quasi sicuro che sarebbe stato meno emozionato di me nell’affrontare questi pochi minuti che vi ruberò, sperando che non mi chiediate di restituirveli.

È che come molti della mia generazione, e ancora di più delle generazioni che hanno fatto seguito alla mia, mi dimeno tra diversi mestieri. Scrivo, più o meno seriamente, per qualche giornale. Scrivo, più o meno seriamente, per la televisione. Scrivo, più o meno seriamente, in genere.

E la domanda che mi sono fatto, dovendo celebrare la festa della Liberazione in questo comune che è medaglia d’oro al merito civile, che fu distrutto dalla guerra, che fu svuotato dai bombardamenti, era proprio sul tono da usare, su come parlare: più o meno seriamente?

Permettetemi allora di cominciare con una battuta di spirito: il fascismo ha fatto anche cose buone.

Lo so, non è una battuta nuova. La dicono in tanti, ormai sempre di più. E ce ne sono tante altre divertentissime. Il Duce ci diede la tredicesima… falso. Il duce creò le pensioni… falso. Il duce sconfisse la mafia e la corruzione… falso. Matteotti fu ucciso anche perché aveva scovato i fascisti ladri.

Italiani brava gente… falso.

Io non so voi, ma se uno che porta la mia stessa bandiera commette qualcosa di atroce, non lo giustifico. Mi incazzo il doppio. Quindi che ci siano stati italiani che durante il fascismo hanno commesso atrocità in Libia, in Etiopia, in Grecia… che siano stati manovalanza per il macello nazista di ebrei, omosessuali, zingari, dissidenti, che abbiano torturato e ucciso a mio nome… mi fa vergognare il doppio. Perché hanno avevano un passaporto in tasca simile al mio.

Come i soldati italiani che in Jugoslavia hanno ammazzato 7000 persone. Inermi. Dopo ci sono state le foibe. Nelle quali sono finite a loro volta migliaia di persone. Inermi. Non è vero che i morti sono tutti uguali. I morti sono uguali quando sono innocenti. Per questo le vittime dei fascisti e dei partigiani titini vanno piante alla stessa maniera.

Magari nello stesso giorno. Oggi.

Anche se venivano da patrie diverse.

Perché… avete notato una cosa? I fascisti più io meno dichiarati si riempiono la bocca col concetto di patria. E per schernire gli altri, quelli che la propria bandiera la vorrebbero senza il sangue degli innocenti, parlano di anti-italianità. L’altro giorno la leader di un partito di estrema destra, quella che sui manifesti si fa sostituire da Scarlett Johannson, tanto sono ritoccate le foto, ha lanciato sui social network un sondaggio: “Chi è il più antitaliano?”.

Molti hanno risposto che era lei, col suo concetto distorto di nazione.

Ma provo a chiederglielo io. Chi è più antitaliano? Chi prese le armi per salvare il nostro onore e aiutare gli alleati, o chi fece morire 500.000 italiani in guerra? Chi accendeva le camere a gas della Risiera di San Sabba o i caduti italiani che a Cefalonia si immolarono per non lustrare le scarpe ai nazisti? I repubblichini che sono rimasti legati fino all’ultimo a uno sterminatore o i partigiani, e le partigiane, che hanno difeso l’onore della nostra gente combattendo il male assoluto?

Però forse hanno ragione loro. Non bisogna farsi corrodere dall’ideologia. Bisogna riconoscere i meriti del fascismo… anzi: voglio elencarli uno per uno. Fatto.

Che poi, come diceva credo Goethe, ma grazie al piffero, che hai costruito quattro strade, che hai bonificato due paludi, che i treni partivano in orario però poi magari finivano ad Auschwitz.

C’era una dittatura. Vent’anni di diritti civili sequestrati. I prigionieri politici. Le libertà di espressione violentate. Guerre insensate. Cinquecentomila morti nei vari conflitti, appunto. Italiani. Non so voi, ma io mi tengo i Frecciarossa in ritardo. Almeno posso dirlo senza finire al confino. Per ora.

Ecco, lo so. Non dovrei. Ho parlato di politica. Durante il fascismo c’era scritto persino nei bar: qui non si parla di politica.

Andrebbe scritto anche in qualche talkshow di prima serata, oggi. Magari facendo la prova del palloncino a chi partecipa.

Però tutto è politica. E poi, anche se non te ne occupi, prima o poi si occupa di te. Prima o poi arriva il momento in cui tocca schierarsi. In cui anche i buonisti, nel loro piccolo, s’incazzano.

Vi racconto la storia di un giovane autiere, faceva il birocciaio, da civile. Portava in giro i cavalli. Un giorno Mussolini decise che era l’ora delle decisioni irrevocabili e quel contadino si ritrovò a 17 anni in caserma. Era a Treviso. Quando era arrivato avevano chiesto chi sapesse guidare la macchina… quelli che avevano risposto di sì erano finiti a pulire i cessi. Lui, al volante. Il 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo, rimase come tutti senza ordini. Scriveva alla fidanzata di allora che le milizie fasciste provavano a prendersi la caserma, ma loro li respingevano. La salutava così: viva il re, viva Badoglio, abbaso i fascisti. Abbaso, con una “s” sola. Aveva la terza elementare.

L’8 settembre arrivarono i tedeschi e gli diedero la possibilità di scegliere: Salò o la deportazione, a fare lo schiavo. Poche ore dopo era su un vagone piombato in direzione Kostryn, Prussia orientale. Oggi è in Polonia. Ho cercato la storia di quello stalag: ci morirono oltre diecimila prigionieri di guerra. Il campo fu liberato poco prima della caduta di Berlino dall’Armata Rossa. L’autiere riuscì a tornare in Italia nel settembre del 1945. Pesava 36 chili.

Era mio padre.

Io sono stato fortunato, perché, finché è campato, il manuale di storia ce l’avevo in casa. E sono quasi felice che non gli sia toccato in sorte di vedere questa specie di fascismo strisciante, da operetta, in cui rischiamo di vivere oggi. Perché badate bene: anche quello di allora era un fascismo da operetta, all’inizio. Ma ce l’avete presente Mussolini? Un comico. Le braccia a botticella. Lo sguardo che roteava. Malato di fi… passione sessuale. Un mitomane. Un clown. Finché non trovò la spalla coi baffetti e partì per il suo tour europeo.

E lì, la farsa diventò tragedia.

Chiedo scusa, sto dicendo banalità. Ovvietà. Ma le ovvietà siano ormai sono quasi rivoluzionarie. Noi siamo l’unico Paese al mondo in cui quelli che cantano nel coro dicono di essere fuori dal coro.

Il teppismo della maggioranza che si definisce minoranza. Il senso comune più becero scambiato per buonsenso.

L’ipocrisia che si fa violenza, verbale e non. Codarda. Sempre.

Tipo allo stadio. Dove, non a caso, abbonda gente che ha di sé una percezione eroica, antagonista, coraggiosa. Il coraggio che serve loro per fare gu gu a un giocatore nero che sta a centro metri. Vigliacchi. Come quelli che ieri a Milano, ultrà della Lazio, hanno esposto uno striscione inneggiante a Mussolini. Impuniti. Perché da qualche tempo in qua, in questo curioso Paese, se fischi il Ministro dell’Interno ti portano via e ti identificano. Se sfili col braccio teso il massimo che rischi è un battimani.

Dice: stai dicendo cose divisive. È una festa…

Ma certo che dico cose divisive, anche se i ragazzi che salirono in montagna 74 anni fa la divisa manco ce l’avevano.

Ma erano patrioti veri, mica come i fascistelli da Facebook di oggi. Perché volevano, semplicemente, la loro patria libera. A prescindere dalle convinzioni politiche. Piccoli eroi che oggi, i pochi che sono ancora tra noi, quasi devono giustificarsi. Eppure erano davvero un unico fronte. C’erano i partigiani bianchi, gli azionisti, la brigata ebraica, non solo i “nostri”, se capite cosa intendo.

Perché anche se è vero che non tutti i partigiani erano comunisti, ma tutti i comunisti erano partigiani, è anche vero che la presenza così forte della sinistra ha indotto troppi di noi in un errore: pensare che il contrario di fascismo fosse, appunto, comunismo.

Invece no. Invece il contrario di fascismo è democrazia.

E non è neanche populismo. Il populismo è l’anticamera della dittatura. Fa credere al popolo che un tizio li rappresenti. Invece li manipola. Un bacione dopo l’altro. Un vaffanculo dopo l’altro.

Quella tra partigiani e nazifascisti non fu ciò che oggi qualcuno cerca di spacciarci, una lotta tra pari. Tra posizioni ugualmente redimibili, negoziabili, presentabili.

Perché da qualche anno c’è un aspetto grottesco che accompagna questo giorno di festa. Ed è difficile non vederlo. Ci siamo abituati, ci hanno abituati, a considerarlo come una specie di derby.

L’altro giorno sentivo un giornale radio della Rai che parlava del 25 aprile come data controversa. Cosa c’è di controverso?

È facile, semplice, a prova di cretino.

Da un lato la resistenza, la democrazia. Dall’altro i nazifascisti, la dittatura.

Democrazia bene, dittatura male.

Poi, certo, ci saranno anche stati, anzi: ci sono stati, partigiani per male, vendette sanguinarie, violenze compiute contro inermi. E saranno esistiti fascisti dabbene, gente che qualche ebreo magari l’ha nascosto, perché lo conosceva, perché da vicino non solo nessuno è normale, ma nessuno è davvero il male, anche se te lo dice il duce.

Ci saranno stati repubblichini che credevano a una loro forma di coerenza.

Però: democrazia, resistenza, bene.

Fascisti, dittatura, male.

Come scriveva Italo Calvino: dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.

Non era un derby.

Anche se oggi dirlo è impopolare. Anzi, come direbbero loro, fuori dal coro.

Nella via in cui abito, a Milano, c’è un negozio per il fascista moderno… Non scherzo: vendono scarpe, giubbotti, magliette… tutte riconducibili a quello che voleva Dio, Patria e Famiglia ed era ateo, fu preso mentre scappava in Svizzera, e di famiglie ne aveva almeno un paio.

Hanno usato come ragazzo immagine, come testimonial, come modello grandi forme, proprio il ministro dell’Interno, che poi all’Interno non c’è mai, farebbero meglio a chiamarlo ministro dell’esterno.

Lui, che usa le frasi di Mussolini per vedere l’effetto che fa. E ne produce due, di effetti: i suoi camerati lo riconoscono, noi ci abituiamo a considerarla una simpatica provocazione. Finché rimane tale. Perché quando ci si abitua alle parole della discriminazione, quando si dà che per scontato che ci sia qualcuno che ha meno diritti, sia per il colore della sua pelle, per la sua religione, per il suo genere, per i suoi orientamenti sessuali, si cambia nel profondo e tutti insieme.

E poi c’è il luna park di Predappio, coi calendari del duce, e l’ironia involontaria chi li compra poi li appende.

E c’è la leader di un partito dell’estrema destra, che fino a questa piccola Weimar senza manco lo strudel, sembrava persino una persona gradevole. La stessa di prima, quella che è entrata nel tunnel del photoshop. Ora ha bisogno di like, di consensi spiccioli, di sfidare il ministro dell’esterno a chi estroflette meglio la mascella. E candida uno che si chiama Mussolini, e si fa fotografare all’Eur sotto il colosseo quadrato, a Roma.

Come se fosse normale.

Ora pensate al nipote di Hitler che si candida in Germania facendosi fotografare davanti allo stadio olimpico di Berlino.

Non è normale. E non succede. Perché loro, i conti con la loro storia li hanno fatti. A differenza nostra.

Ma non è solo una questione di simboli, di esteriorità. C’è un bel libro di William Sheridan Allen che racconta come si possa scivolare nell’autoritarismo senza accorgersene, basta che ci venga indicato un nemico chiaro. Si intitola “Come si diventa nazisti”.  E qui voglio citare la senatrice a vita Liliana Segre, numero 75190 ad Auschwitz: “Mio papà mi spiegò che ero stata espulsa da scuola facendomi sentire per la prima volta “l’altra”, la diversa… La maestra venne a casa e invece di abbracciarmi disse: “Non le ho fatte mica io le leggi razziali”. Quell’indifferenza fu peggio di uno schiaffo. La parola “indifferenza” è peggio della violenza».

Quindi non possiamo essere indifferenti a quello che accade in Italia qui e ora. A quelli che dicono “voi vedete fascisti ovunque”.

Voi vedete fascisti ovunque: li ho visti a Milano inneggiare a Mussolini, li ho visti irrompere nelle sedi di associazioni che aiutano i migranti, li ho visti sparare addosso ai neri come a Macerata, li ho visti bruciare la statua della partigiana di Vighignolo, li ho visti ieri a Bologna a spaccare una lapide che ricordava la liberazione, li vedo a raccogliere i fondi solo per gli italiani, a occupare le case e le sedi a Roma come Casa Pound, li vedo quando picchiano gli omosessuali, li vedo fare i concerti con la loro musica di merda, quando aggrediscono quelli che chiamano zecche rosse, li vedo allo stadio, li vedo sui giornalacci che spargono odio, livore, vittimismo passivo aggressivo.

Li vedo approffitarsi della stessa democrazia che è nata contro di loro. Perché è facile fare i fasci in democrazia, è eroico essere democratici durante il fascismo.

Ma non mi rassegno. E non per una questione di memoria. Che la memoria ce l’abbiamo ancora, è la consapevolezza che ci manca. La consapevolezza che quelli fuori dal coro siamo diventati noi. Che ci facciamo mettere all’angolo da quelli che parlano di retorica della resistenza. Ma quale retorica? I conformisti sono loro. I conformisti dell’anticonformismo. Che lasciamo parlare perché ci sentiamo anacronistici, passati, vecchi.

Ma cosa c’è di più vecchio di un vecchio fascista?

Proviamo a guardarci da fuori.

In tutto il mondo Bella Ciao è un canto intonato da chi cerca la libertà. Lo cantavano in Francia dopo la strage del Bataclan, lo cantavano i turchi oppressi da Erdogan, la cantano in Spagna, in Grecia, la intonavano durante la primavera araba… l’hanno cantata i dissidenti cinesi. È un canto di libertà che solo in Italia e diventato sinonimo di una fazione. Pochi giorni fa la suonavano in una scuola materna, qua vicino, non a Salò, e le maestre hanno dovuto scusarsi perché il solito papà che non si occupa di politica ha chiesto lumi. Ha protestato. E loro si sono scusate: “Ma no, la musica era quella. Ma cantavano La nonna è vecchierella!”.

La nonna è vecchierella?

Ma perché dobbiamo vergognarci dell’unico mito fondante di questo Paese dopo il risorgimento? Perché noi che ne siamo i custodi non la difendiamo ogni giorno soprattutto ora che è in discussione.

È come l’Europa. All’inizio abbiamo capito quanto ci servisse… ci ricordavamo ancora di quando Alcide De Gasperi andava all’Onu, nel ’46, col cappello in mano sapendo, come disse, che tutto era contro di lui tranne la cortesia di chi lo ascoltava.

Per colpa dei fascisti.

Eravamo i paria del mondo. L’Europa ci ha accolti. Protetti. Ridato dignità. E adesso è diventata il nemico solo perché, con tutti i difetti, ci ricorda che se fai parte di un condominio devi cercare di tenere pulito per la tua parte.

Dalle mafie, per esempio.

Devi pagare le quote. È normale. Anzi: essere in regola è un onore. Sono i poveri che hanno sempre odiato avere debiti. Me lo insegno mio padre.

Diamo per scontati 74 anni di pace, dacché gli europei hanno smesso di spararsi addosso. Basterebbe solo questo, per voler bene all’Europa.

Ho quasi concluso. Tra poco tornerete nelle vostre case… date una carezza ai bambini… scherzo.

Però i bambini sono la nostra memoria. La nostra consapevolezza. La nostra speranza. Loro, o gli adolescenti, che consideriamo a volte sdraiati, spesso hanno la schiena più dritta della nostra, si informano senza abbeverarsi al conformismo ai giornali e ai telegiornali iniettano odio nel Paese per qualche copia in più. E se conosci, se ti informi, se sai cosa è successo, se i migranti ce li hai ogni giorno in classe e sai bene che sono persone e non nemici, compagni e non bersagli, che sono come te ma per avere una vita degna hanno dovuto prendere una rincorsa più lunga, saprai anche che la Resistenza non è una parola vuota.

Noi oggi celebriamo qualcosa che continua. Una piccola battaglia di civiltà quotidiana contro tutti i fascismi, anche quelli più subdoli, che cambiano nome ma alla fine una cosa sola vogliono: la sottomissione dei più fragili e dei più deboli.

Di un popolo che in realtà disprezzano profondamente.

Grazie alle donne e agli uomini che hanno dato la loro vita perché oggi potessimo essere qui.

Perché i diritti ci mancano solo quando li abbiamo persi.

Viva la Liberazione, viva la Resistenza, viva il 25 aprile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con questi webmaster non vinceremo mai

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Io credo dovreste vergognarvi.

Credo che i trollini chiamiamoli demogrillini, che si muovono a frotte per isolare i cosiddetti “nemici” nell’angolo della sinistra sinistra, come si chiamano loro, si dovrebbero vergognare.

Quelli che sui social prendono, per esempio, uno come il sottoscritto che ha sempre fatto satira tutt’altro che ecumenica (il bersaglio quasi esclusivo erano quelli che stanno al governo, incidentalmente capitava che lo fossero anche quelli che poi ce li hanno mandati, cioè il Pd che ha perso tutte le elezioni negli ultimi quattro anni) e lo sbattono in una colonnina infame aggregandolo agli ultrà antiBoschi, per dirne una, che l’avevano sbattuta in galera ai tempi delle indagini sul padre e oggi dovrebbero fare mea culpa.

Gli stessi ultrà per i quali il sottoscritto è uno schiavo che scrive sul giornaletto del Pd.

Credo dovreste vergognarvi non tanto perché siete in malafede, perché orchestrate fakestorm sulla base di falsità e tweet ripescati dai corposi archivi riservati ai “nemici” ma perché siete grillini più o meno inconsapevoli. Perché usate i loro stessi metodi. Perché vedete nella battuta, o anche solo nella critica argomentata un secondo fine, l’acqua da portare al mulino del vostro avversario, il retropensiero speculativo che attribuite agli altri perché VOI siete così.

Io sono un tizio libero che ha delle idee, quasi sempre coerenti (e possono essere sontuose cazzate) proveniente da un’indole manco politica, culturale, molto precisa. Sono un tizio perbene che dice quel che pensa con tutta l’onestà intellettuale di questo mondo. Ad esempio credo che la cosiddetta sinistra-centro, quella che le ha perse tutte, che addebita le proprie sconfitte ai poteri forti, che ricalca in tutto e per tutto stilemi, parole, processi elaborativi, comportamenti, aggressività, malafede, organizzazione, di quelli da cui si proclamano diversi, diventerà sempre più minoritaria se perde il tempo, pure quello, a vendicarsi dei termometri che segnalavano la febbre.

C’è un’ampia ala riformista che merita di essere rappresentata da dirigenti e collaboratori migliori di questi, compresa – per essere chiara – la massa dei #facciamorete, gente in massima parte vera e sincera, o altre iniziative che rischiano di essere hackerate da chi non vuole andare avanti ma preferisce menare all’indietro, girando in macchietta opinioni altrui mai espresse: “Voi che volevate fare il governo coi Cinque Stelle…”, “Voi che non riconoscete le cose buone fatte da Renzi…”, “Voi che preferite Salvini a Renzi perché lo odiate…”.

Idiozie. Falsità.

Nulla che mi preoccupi, naturalmente, anche se mi amareggia. Nulla che cambierà il mio marginale agire. Ho ricevuto insulti di ogni genere, talvolta anche minacce, dalle varie destre e dai loro giornali in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Scrivo le mie cose e continuerò a farlo, cazzate comprese, al massimo bloccando qualche paraculo in più. Però, per parafrasare Nanni Moretti, sarà meglio che capiate una cosa: con questi webmaster non vinceremo mai.

Intanto, vergognatevi.

Ho fatto da autore a mia mamma

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Breve storia buffa, almeno per me.

Mia madre aveva una vecchia ricaricabile di un provider telefonico tradizionale, inserita nel suo telefono a vapore cui però tiene molto perché le ho messo come salvaschermo una foto sua e del mio babbo.

Con quel telefono, confondendosi con la linea fissa, mi chiamava spesso. Spendendo un botto.

Ho così deciso di traslarla a uno dei provider low cost con cui spenderà in un anno quel che prima spendeva in due settimane.

Eccoci allora al supermercato, di fianco al totem per la nuova avventura (che completeremo poi con un cellulare senior, di quelli col tastone per chiamare aiuto, che verosimilmente userà a caso e non certo quando le servirà, ma si prova tutto).

Potrei fare da solo ma l’addetta, che giorni prima aveva malamente allontanato mia moglie mentre tentava analoga impresa, perché sprovvista di non so quale documento, una di quelle – non mia moglie, l’addetta – che sembra godere se ti presenti disarmato a una procedura da cui teoricamente trae vantaggio pure lei, decide di rendersi utile. Potenza dell’età declamata da mia madre: 88 anni.

Inserisce tutto, con qualche errore che avrei potuto commettere anch’io, ma dopo 20’, e dopo aver sguainato vecchia sim, carta d’identità, codice fiscale, siamo pronti al momento clou: la mamma deve declamare, in direzione di una telecamera piazzata all’angolo destro del totem, la frase: “Sono XXXX XXXXX e scelgo XXX”.

Fosse davvero così, cioè con le X al posto di nome e cognome, e del gestore, sarebbe quasi più facile. Comincia, ma a metà perde il filo. Allora le fa da suggeritore l’addetta. Ma fatica a pronunciare il provider. A un certo, spazientita, l’addetta mi invita a intestarmi il contratto e a registrare io la formuletta. Procedura un filo complessa, non essendoci un negozio dell’altra compagnia nei dintorni, e sembrandomi spiacevole aprire un contratto solo per andarmene.

Finché non ho l’illuminazione.

Estraggo dalla tasca il cellulare, avvio l’app che di solito uso come gobbo elettronico per gli artisti che hanno l’incoscienza di affidarsi ai miei servigi, e, mentre l’addetta scettica continua a suggerire a mia madre, un ciak dopo l’altro, parole che non comprende e non riesce a pronunciare, scrivo la formula magica. La metto di fianco alla camera, là in alto. “Mamma, leggi qui?”. “Sì!”. Via alla registrazione. “Sono XXXX XXXXXXX e scelgo XXX”. Buona la prima.

Io, lei, e l’addetta ci abbracciamo come se avessimo vinto i Mondiali. Quattro spicci di felicità per una nuova tariffa. Chi dice che il capitalismo non dà mai soddisfazioni, non ha mai provato a traghettare la propria genitrice verso nuove bollette e progressive. E da oggi ho fatto l’autore per l’attrice protagonista della mia vita.

Sono Luca Bottura e scelgo Bice.

Ecce Bomba. Perché moriremo renziani.

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L’abusata metafora di Ecce Bombo (“Vengo, non vengo, mi si nota di più se vengo e resto in disparte…”, etc) calza purtroppo a pennello per il forfait di Matteo Renzi all’Assemblea Pd, che in effetti – per ruoli in commedia, figure partecipanti, la fotografia seppiata che tutto permea e tutto ottunde – è parsa per lunghi tratti un congresso doroteo del 1974.

L’ex segretario procede distribuendo scampoli d’assenza, con la contestuale pretesa di un ruolo centrale nel dibattito interno al partito che comunque medita di lasciare. Che al mercato mio padre comprò.

Il Renzi che mette like su Facebook a chi gli profetizza la diaspora, è lo stesso Renzi che lavora per Minniti segretario, in un gioco di ruolo uno e bino che apparentemente prevede una sorta di En Marche al lampredotto, collegata in qualche modo a un Pd amico. Due partiti da guidare al prezzo di zero. E l’egemonia completa su quel che resta della cosiddetta sinistra riformista. Parlandone da viva.

Intanto, LeU implode trascinando nel vuoto cosmico un’ulteriore fetta di elettorato, mentre il pacato Carlo Calenda lancia un Fronte Repubblicano per Europee ma lo chiude alla sinistra cosiddetta radicale. Il che ipotizzerebbe il primo fronte nella Storia composto da un solo partito (a meno di non coinvolgere – oddio – Forza Italia) che peraltro è in odor di scissione.

In questo pianeta delle scimmie progressista, dove manco le clave volano più, prova ne siano i flebilissimi interventi di Martina e Zingaretti all’assemblea di cui sopra, un dato solo è certo: il segretario del 40 per cento è convinto di aver perso prima il Governo del Paese e poi le elezioni per un complotto esterno di cui fanno parte tra le altre cose gli stessi giornali che i grillini (e i loro organi ufficiali) additano come suoi lacché.

Ha dato le dimissioni come quegli attori che lasciano il palco già pronti per il bis. Anche quando non glielo chiedono. O, almeno, non ancora.

Ha lasciato Palazzo Chigi convinto di riprenderselo a stretto giro e di poter comandare Gentiloni con un joystick. Si è dimesso da segretario pensando a Martina come a una sua appendice. E non appena le due teste di legno designate hanno mostrato margini di autonomia e (dio non voglia) di popolarità autonoma, ne ha fatto bersaglio.

È tutto legittimo. E siccome in politica l’autostima conta, nulla vieta di pensare che – specie a fronte del mix micidiale di incompetenza e autoritarismo assiso di fronte a lui – Renzi non possa davvero tornare sugli scudi, anche a breve, come ancora di salvezza contro il disastro giallobruno. Il 16 per cento che oggi voterebbe Pd è cosa sua, come lo era il 16 che votava il Psi di Craxi. La piattaforma per tuffarsi c’è. Verso dove, chissà.

Oggi però Renzi rappresenta le ganasce alla incupita macchina da guerra piddina. Il blocco a un motore già ingolfato dalle Politiche. Non sente sue le mura del Pd in cui abita, e c’è una parte di elettorato democratico che ha smesso di votare quel partito perché considera lui uno squatter, un occupante abusivo.

Un limbo che azzoppa entrambi. E tiene in ostaggio milioni di potenziali elettori. E un’ipotesi concreta di ripartenza.

Per questo, oggi come non mai, potrebbe essere utile la famosa “profezia di Fassino”. Renzi si faccia un partito suo, e vediamo quanti voti prende. Sarebbe quantomeno un defibrillatore sul corpaccione immobile dell’opposizione.

A Grillo, che per certi versi gli somiglia moltissimo, andò fin troppo bene.

 

I pericoli del neofaccismo: una storia vera

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Nota: come quasi sempre, quando ricevo un attacco da un “collega”, rispondo – se devo – sul mio blog e non sul giornale cui collaboro, perché far pagare una cifra anche piccola per cose che riguardano il mio ombelico mi pare francamente eccessivo.

Ieri sera mi trovo nella timeline di twitter un commento di Filippo Facci, tra le altre cose editorialista di Libero, che minaccia di menarmi.

La cosa un filo mi perplime. Nel muggire indistinto dei commentatori “fuori dal coro”, la sua mi è sempre sembrata quantomeno una voce dissonante. Mi è capitato di essere d’accordo. Specie sul garantismo giudiziario. Avrà sbagliato persona, penso. Quindi abbozzo una risposta simpatica e vado a dormire.

Stamane, recuperando Libero di ieri – non l’avevo letto: era giorno di pilates – comincio a mettere in fila le cose. Il quotidiano di Littorio Feltri ospitava una lunga articolessa faccista sul tweet di Maurizio Crosetti che tanto scalpore ha generato giorni fa, quello in cui si invitava a una nuova resistenza contro i fascisti ritornanti evocando se necessario anche piazzale Loreto. In particolare,


il pacato Filippo se la prendeva con me per aver sottolineato il riflesso pavloviano dei grillini che, pur non essendo stati chiamati in causa, attaccavano Crosetti.

Poi dev’essere successo questo: Facci è andato sul mio account twitter e ha trovato un post di un anno fa, sui leoni da tastiera che mostrano l’orbace sui social ma si indignano se ricordi loro come andò a finire. Un post articolato, in italiano corrente, di cui vado talmente fiero che l’ho messo come tweet fissato. Quello che si legge per primo, planando sulla mia pagina. Così il mio aspirante aggressore deve averlo scambiato per un commento al suo pezzo, e – l’ora tarda della sera deve aver fatto il resto – ha ventilato l’ipotesi di passare a vie di fatto.

Morale: proprio come nel caso del retweet grillino contro Crosetti, il riflesso condizionato di Facci l’ha portato ad assumere un atteggiamento potenzialmente squadrista contro uno che non parlava di lui. Cioè: per dimostrare di non essere un fascio da tastiera, benché collabori con un giornale che ospita il Duce come quotidiana guest star, si è atteggiato come tale.

Mentre è del tutto evidente che non lo è. È solo uno che non capisce quello che legge e, avendo un ego che attualmente confina con il Canada, pensa di essere al centro dei pensieri di chiunque.

Invece sticazzi, Filippo.

Ciao.