Ma se invece di insultarmi mi chiedeste il voto?

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Italia Viva si intesta la battaglia sulle tasse per uscire dal ...La Bestiolina renziana ha in comune con quella originaria il fatto che paghiamo noi, con un posto al ministero, il suo ideatore. Ma funziona molto peggio. Se quella di Salvini ha contribuito in modo determinante al successo leghista, quella vivaista compatta i pochi adepti contro i presunti nemici ma non porta un voto. In modo acritico, controproducente, totalmente applicato alla difesa infantile del leader.

Per dire: io voterò no al referendum, come i vivaisti. Trovo futili le polemiche contro la casta perché la scelgono gli elettori, come loro. Sto sul cazzo a Travaglio, come loro. Sono europeista e faccio finta di credere che lo siano pure loro, anche se ai tempi del Governo Renzi le parole d’ordine sull’Ue erano vicine a quelle leghiste: “Cambiamola”, “devono ascoltarci”, “battiamo i pugni sul tavolo”, eccetera. Ho criticato o perculato sia i pentastellati, in ogni salsa, che i populisti e/o sovranisti, di ogni ordine e grado. Ed è per questo che talvolta la retorica vivaista, simil grillina, mi spaventa. Anzi: mi spaventerebbe, non fosse che stanno al due per cento.

Possiedo inoltre un’età, una fortunata dichiarazione dei redditi, un retroterra culturale, una moderazione vetero-comunista (italiano) o neo-prodiana, per cui un eventuale partito di centrosinistra inclusivo, dopo che il Pd è stato raso al suolo non ricordo da chi, e ora traccheggia alla ricerca di un’identità che i suoi elettori per fortuna ancora possiedono, potrebbe essere la mia tazza di tè.

Traduco: invece di passare il tempo a coordinare gli hater, ogni volta su un miliardo che mi occupo di voi, dovreste chiedermi il voto.

Invece no.

Invece la torre d’avorio (lo sgabello, va’) in cui avete rintanato voi e i vostri elettori, prevede la ricerca del nemico anziché quella del consenso. Solo che unire gli italiani contro i migranti è un filo più facile che andare a rompere i coglioni sotto i tweet di persone peraltro politicamente diversissime come i Bottura, le Geloni, gli Infelise, i Robecchi. Nessuno candidato al Nobel, tra l’altro. E manco al Pulitzer.

Per cui, con l’affetto che si deve al cugino cinquantenne a cui vuoi bene anche se si è comprato il Suv da sei metri, mi permetto un modesto consiglio: fate politica. Ma vera, non le alchimie di palazzo per cui fate nascere (meritoriamente, evviva) governi sui quali spalare letame ogni dodici secondi per questioni di piccolo cabotaggio poltronaro. Se siete irrilevanti, infinitesimali, aghetti della bilancia che in caso di elezioni dovrebbero aprirsi un chiringuito a Rignano, è solo perché dall’energia artefatta ma efficace della Leopolda sono passate ere geologiche.

L’unico collante al momento sembra un machiavellismo al lampredotto tenuto insieme col Vinavil del potere. Finché c’è. E se per voi dirigenti non cambia nulla, perché ci sarà sempre uno yacht sul quale fare un selfie, una foto in copertina, una conferenza strapagata da un Paese dittatoriale a caso, l’influsso nefasto che avete sulle persone, su quelli che alla Bestiolina credono, e sulle possibilità di una forza moderata decente cui ancorare un minimo di modernità, avvelenerà i pochi pozzi puliti rimasti.

Dovessi sintetizzare, e vale anche per il resto della combriccola in Azione, direi: moderati, moderatevi.

Magari prendete pure qualche voto in più.

Un caro saluto.

Per vincere domani: riflessione pleonastica su Emilia-Romagna, Pd, ed errori da non ripetere

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(ANSA – VITELLONI) Stefano Bonaccini quando ancora non vestiva Dolce & Romagna

Prendere se stessi come baricentro di un’analisi politica è sempre un errore, ma spero di potermi consentire un’eccezione.

RIguarda l’esito del voto in Emilia-Romagna e il riverbero nazionale che sta cagionando, così simile al voto europeo del 2014 che devastò per anni il campo progressista, favorendo una serie di sconfitte dalle quali tuttora, con l’agilità di Frankenstein Junior, il centrosinistra tenta a fatica di rialzarsi.

Quel voto, il famoso 40 per cento e rotti, era figlio della sberluccicante speranza renziana, della luna di miele col fresco carnefice di Letta, ma anche (soprattutto, nel mio caso, che oso ritenere non isolato) del vero e proprio terrore di ritrovarsi travolti dal sorpasso grillino e da un MoVimento Cinque Stelle a far danni ancor prima del previsto. Erano i giorni in cui l’avanzata di Casaleggio Associati sembrava ineluttabile e Grillo rivendicava il test continentale come l’inizio della fine: non di un governo, ma della democrazia rappresentativa.

È l’ultima volta che ho votato Pd.

L’esito anabolizzato cosparse sull’allora presidente del consiglio un velo di presunta onnipotenza che lo portò dritto allo schianto, al referendum su se stesso, alla gestione del Governo come un potere sospeso tra Rifredi e Fiesole, alla svolta blairista senza Blair, alla rottamazione non già di una classe dirigente – anche: sostituita in massima parte da mezze figure di complemento – ma soprattutto di quel Dna catto-riformista che aveva sospinto la nascita del partito democratico.

Si voleva superare non già il Pci, ma il Pd, con la prospettiva di un movimento personalistico.

La vittoria di Bonaccini è per certi versi sovrapponibile, con un catalizzatore evidente (le sardine) a sottolinearne lo spirito emergenziale, la risposta di popolo all’invasione di un modello, la necessità di contarsi fisicamente, prima in piazza e poi nei seggi.

Invece è già discussione sul modello. E il pur ottimo Bonaccini, il cui principale difetto sono probabilmente gli occhiali rubati ad Antonello Venditti, considera con un entusiasmo forse eccessivo il proprio indubbio risultato personale.

Semplifico: ha vinto lui, ma abbiamo vinto soprattutto noi. E ha vinto, anzi: è stata decisiva, anche la cosidetta “sinistra radicale” che pure lui, nella fretta con la quale ha liquidato il trionfo – vero, senza un partito – di Elly Schlein, sembra indirizzare verso un marginalismo politico che non corrisponde, al netto del 4%, a un marginalismo culturale.

Le sardine sono nate – anche – per il disagio di vedere la sinistra moderata abbandonare le proprie battaglie identitarie: antifascismo, impegno sociale, attenzione per i meno rappresentati. In poche parole: un modello di società più decente di questo.

Nella sua intervista a Repubblica, Bonaccini ha giustamente ammonito alla necessità di azzerare le correnti del Pd e di non elevare il successo “difensivo” di casa nostra a modello nazionale. Eppure, se qualcosa di quel modello è replicabile, sta proprio in ciò che il Partito Democratico, incredibilmente, sembra ancora escludere: aprirsi, recuperare energie anche dai campi contigui, abbandonare non solo il correntismo ma soprattutto il settarismo che porta alcuni “partiti fratelli” a identificare nella competizione col Nazareno il proprio principale obiettivo.

Il partito del 40 per cento è al 4 e detta le condizioni, facendo opposizione al Governo che ha di fatto creato per garantirsi un’indispensabilità che al momento pare avvertita da una sparuta minoranza. Si ripartisse da lì, dalla sbornia per le cifre e dai diktat degli ultimi giapponesi del Ciaone, beh, sarebbe davvero un peccato.

La gente era e sarà in piazza per altro.

 

Dal grande fiume al cielo: in morte del Kaimano Renzo Finardi

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Risultati immagini per renzo finardiIeri ho fatto un salto a Viadana a salutare Renzo Finardi, il Kaimano del Po.

Non ero amico di Renzo, non in senso stretto. L’avevo conosciuto tramite Bengi, di cui era il fido batterista. E mi aveva colpito perché sembrava vivere in un altro mondo. E quel mondo era, di rimbalzo, il mio. Il fiume. Il grande fiume che i miei antenati mantovani guardavano con paura o speranza, e che per lui era vita e rifugio.

L’altro giorno, per celebrarlo, Daniele, mi scuserà se lo chiamo col nome all’anagrafe, ma quello che parlava ieri dal pulpito era Daniele, non Bengi, ha pubblicato un video del Kaimano che raccontava sé stesso, di quando andava a spargere il bitume sui tetti, prima, e di quando, poi, la sua passione con le bacchette era diventata un lavoro, gli aveva regalato la felicità, perché viveva di quel che amava, e l’aveva infine portato al soglio più alto: il successo coi Ridillo e la tournée insieme a Gianni Morandi. Che era lì anche lui. Perché Gianni è così.

Diceva, Renzo, che non erano tanto i soldi, la fama, la f**a – non lo diceva, ma credo lo pensasse – la vera svolta era che quando arrivava in teatro, per suonare, la batteria era già lì montata. E non gli sembrava vero che qualcuno l’avesse fatto per lui. Perché il frontman a fine concerto mette via la voce. Il bassista, il basso. Il trombettista… ci siamo capiti. Chi pesta sui tamburi, invece, di solito si mette a smontare ogni pezzetto. E intanto pensa. E medita, anche se magari le scuole non erano proprio il suo luogo di formazione. E diventa a suo modo un filosofo. Anzi, senza “a suo modo”.

Tempo fa mio nipote aveva guai proprio con la scuola. Un giorno fece a botte, rischiò la cacciata. Allora me lo caricai in auto e, senza apparente motivo, lo portai sul Po per prendere aria agli occhi. C’era il Re del Po, un tizio felliniano, anzi: zavattiniano, che prende il legno quando si spiaggia sulla riva e lo inchioda, ne fa percorsi sospesi. Li regala a chi vuole giocarci. Ogni tanto arriva qualche bullo, qualche ‘ndranghetista, e glieli brucia. Lui ricomincia.

E c’era Renzo. Che era lì da lui. E che insistette per portarci sull’altra sponda del Grande Fiume a vedere il suo capanno, a offrirci un bicchiere, a mostrarci come si era organizzato per ammirare quel posto della mente che non era solo della mente.

Ieri ho scoperto che mio nipote aveva rischiato di finire in acqua, perché il Kaimano faceva così, prendeva la progenie degli amici e la buttava in acqua. Una sorta di rito, tipo stare sul Gange, coi pesci siluro al posto delle mucche. Ma per fortuna del mio ragazzo, era inverno.

Quando gliel’ho detto, ieri, a mio nipote, che il Kaimano aveva smesso di suonare, ha sorriso mesto: “Me lo ricordo. Fantastico. Un pazzo”.

Un pazzo, un signor musicista, anche, un battutista efferato e dolcissimo, uno di noi: che abbiamo tanta di quella pianura negli occhi che quasi non dovremmo avere niente da sognare. Forse per quello saliamo sui tetti, bitume o no. Ma qualche volta abbiamo una forza che ci spinge giù per correre dietro alla felicità.

Finché si fa prendere.

Grazie Kaimano. Insegna agli angeli a nominare il nome di dio invano.

Un pacato appello a Carlo Calenda

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(ANSA – BALLO DI SIMONE) Carlo Calenda al Cravatta Contest di Milwaukee

Scrivo questa cosa sul mio blog e non sui giornali con cui collaboro perché è veramente personale.

È un appello a Carlo Calenda: si calmi.

Lo dico fraternamente. Con una certa qual costernazione. Anche con un senso di impotenza perché il grandguignol a cui costringe in primis sé stesso la sta distruggendo. E distrugge (ma questo è meno importante) il mio incolpevole apparato riproduttivo.

Io ora parlare semplice: io non avercela con lei.

Io buono.

Io pensare che lei essere stato buon ministro.

Io avere apprezzato sue critiche a scappati di casa a Cinque Stelle.

Io avere soltanto esercitato diritto di critica (o di satira) quando lei avere preso strada di dipendenza da social network che avere trasformato lei in caricatura di sé stesso.

Ora, recuperando i tempi verbali: lei è fuori controllo. In nessun posto civile un politico, dunque un potere, eletto tra l’altro in un partito che alle Europee per disperazione ho votato pure io, potrebbe mai permettersi di usare i social per attacchi personali come lei ha fatto stamattina additandomi a una banda di analfabeti funzionali.

A meno che non sia Salvini, o la Meloni, ovviamente. Ma immagino ci tenga a distinguersi.

Glielo ridico in italiano corrente: lei mi ha dato del livoroso, incapace, ossessionato, per una battuta A FAVORE di Renzi.

Quindi, con una certa qual desolazione, le ripeto quel che le ho già detto in molti casi, persino con un video che ritengo fosse decorosamente spiritoso: conti fino a 10 prima di berciare. Non sparga rancore sulle sue capacità. Si renda conto di quale spirale melmosa la rete può avviare anche tra persone che potrebbero quantomeno rispettarsi.

È un cortocircuito. Io non ho alcun astio nei suoi confronti. E glielo dico a maggior ragione ora che Lei conta come il due di coppe quando briscola è canguro. Così non c’è il rischio che si pensi a una qualche forma di captatio.

Si ricorda come c’è rimasto male quando la Bestiolina renziana si è attaccata anche al suo bassoventre? Ecco: io ci sono dentro da un po’ e si aggiunge a quella leghista e al resto della gente cui sto sulle balle per quello che dico o penso. Ma non per questo mi metto a blastare senza successo tutti quelli che mi criticano.

Anche se potrei. Perché non sono un politico. Non sono un potere. Non decido di altro che delle mie opinioni.

Un giorno la inviterò a bere un bicchiere e le spiegherò con letizia due o tre cose sul mezzo (che è anche messaggio) del quale sta malamente abusando. Non pretendo mi si dica grazie. Ma fossi in lei rimuoverei quel tweet e (oso) chiederei scusa.

Buon lavoro.

Due o tre cose su Resistenza e fascismi

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Oggi ho avuto un momento di non trascurabile felicità, tenendo l’orazione civile sulla Resistenza nella piazza del Comune di Sasso Marconi. Questo è più o meno quello che ho detto. Grazie a chi mi ha ascoltato e mi ha chiesto di pubblicare il testo.

 

 

 

 

 

 

Ringrazio il sindaco, l’Anpi, le autorità per l’onore che mi concedono oggi.

Quando ho ricevuto la chiamata, ho subito chiesto chi avesse dato buca all’ultimo momento.

Era una battuta, ma neanche tanto.

Loro non mi hanno risposto.

Forse qualcuno aveva DAVVERO dato buca all’ultimo momento. E sono quasi sicuro che sarebbe stato meno emozionato di me nell’affrontare questi pochi minuti che vi ruberò, sperando che non mi chiediate di restituirveli.

È che come molti della mia generazione, e ancora di più delle generazioni che hanno fatto seguito alla mia, mi dimeno tra diversi mestieri. Scrivo, più o meno seriamente, per qualche giornale. Scrivo, più o meno seriamente, per la televisione. Scrivo, più o meno seriamente, in genere.

E la domanda che mi sono fatto, dovendo celebrare la festa della Liberazione in questo comune che è medaglia d’oro al merito civile, che fu distrutto dalla guerra, che fu svuotato dai bombardamenti, era proprio sul tono da usare, su come parlare: più o meno seriamente?

Permettetemi allora di cominciare con una battuta di spirito: il fascismo ha fatto anche cose buone.

Lo so, non è una battuta nuova. La dicono in tanti, ormai sempre di più. E ce ne sono tante altre divertentissime. Il Duce ci diede la tredicesima… falso. Il duce creò le pensioni… falso. Il duce sconfisse la mafia e la corruzione… falso. Matteotti fu ucciso anche perché aveva scovato i fascisti ladri.

Italiani brava gente… falso.

Io non so voi, ma se uno che porta la mia stessa bandiera commette qualcosa di atroce, non lo giustifico. Mi incazzo il doppio. Quindi che ci siano stati italiani che durante il fascismo hanno commesso atrocità in Libia, in Etiopia, in Grecia… che siano stati manovalanza per il macello nazista di ebrei, omosessuali, zingari, dissidenti, che abbiano torturato e ucciso a mio nome… mi fa vergognare il doppio. Perché hanno avevano un passaporto in tasca simile al mio.

Come i soldati italiani che in Jugoslavia hanno ammazzato 7000 persone. Inermi. Dopo ci sono state le foibe. Nelle quali sono finite a loro volta migliaia di persone. Inermi. Non è vero che i morti sono tutti uguali. I morti sono uguali quando sono innocenti. Per questo le vittime dei fascisti e dei partigiani titini vanno piante alla stessa maniera.

Magari nello stesso giorno. Oggi.

Anche se venivano da patrie diverse.

Perché… avete notato una cosa? I fascisti più io meno dichiarati si riempiono la bocca col concetto di patria. E per schernire gli altri, quelli che la propria bandiera la vorrebbero senza il sangue degli innocenti, parlano di anti-italianità. L’altro giorno la leader di un partito di estrema destra, quella che sui manifesti si fa sostituire da Scarlett Johannson, tanto sono ritoccate le foto, ha lanciato sui social network un sondaggio: “Chi è il più antitaliano?”.

Molti hanno risposto che era lei, col suo concetto distorto di nazione.

Ma provo a chiederglielo io. Chi è più antitaliano? Chi prese le armi per salvare il nostro onore e aiutare gli alleati, o chi fece morire 500.000 italiani in guerra? Chi accendeva le camere a gas della Risiera di San Sabba o i caduti italiani che a Cefalonia si immolarono per non lustrare le scarpe ai nazisti? I repubblichini che sono rimasti legati fino all’ultimo a uno sterminatore o i partigiani, e le partigiane, che hanno difeso l’onore della nostra gente combattendo il male assoluto?

Però forse hanno ragione loro. Non bisogna farsi corrodere dall’ideologia. Bisogna riconoscere i meriti del fascismo… anzi: voglio elencarli uno per uno. Fatto.

Che poi, come diceva credo Goethe, ma grazie al piffero, che hai costruito quattro strade, che hai bonificato due paludi, che i treni partivano in orario però poi magari finivano ad Auschwitz.

C’era una dittatura. Vent’anni di diritti civili sequestrati. I prigionieri politici. Le libertà di espressione violentate. Guerre insensate. Cinquecentomila morti nei vari conflitti, appunto. Italiani. Non so voi, ma io mi tengo i Frecciarossa in ritardo. Almeno posso dirlo senza finire al confino. Per ora.

Ecco, lo so. Non dovrei. Ho parlato di politica. Durante il fascismo c’era scritto persino nei bar: qui non si parla di politica.

Andrebbe scritto anche in qualche talkshow di prima serata, oggi. Magari facendo la prova del palloncino a chi partecipa.

Però tutto è politica. E poi, anche se non te ne occupi, prima o poi si occupa di te. Prima o poi arriva il momento in cui tocca schierarsi. In cui anche i buonisti, nel loro piccolo, s’incazzano.

Vi racconto la storia di un giovane autiere, faceva il birocciaio, da civile. Portava in giro i cavalli. Un giorno Mussolini decise che era l’ora delle decisioni irrevocabili e quel contadino si ritrovò a 17 anni in caserma. Era a Treviso. Quando era arrivato avevano chiesto chi sapesse guidare la macchina… quelli che avevano risposto di sì erano finiti a pulire i cessi. Lui, al volante. Il 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo, rimase come tutti senza ordini. Scriveva alla fidanzata di allora che le milizie fasciste provavano a prendersi la caserma, ma loro li respingevano. La salutava così: viva il re, viva Badoglio, abbaso i fascisti. Abbaso, con una “s” sola. Aveva la terza elementare.

L’8 settembre arrivarono i tedeschi e gli diedero la possibilità di scegliere: Salò o la deportazione, a fare lo schiavo. Poche ore dopo era su un vagone piombato in direzione Kostryn, Prussia orientale. Oggi è in Polonia. Ho cercato la storia di quello stalag: ci morirono oltre diecimila prigionieri di guerra. Il campo fu liberato poco prima della caduta di Berlino dall’Armata Rossa. L’autiere riuscì a tornare in Italia nel settembre del 1945. Pesava 36 chili.

Era mio padre.

Io sono stato fortunato, perché, finché è campato, il manuale di storia ce l’avevo in casa. E sono quasi felice che non gli sia toccato in sorte di vedere questa specie di fascismo strisciante, da operetta, in cui rischiamo di vivere oggi. Perché badate bene: anche quello di allora era un fascismo da operetta, all’inizio. Ma ce l’avete presente Mussolini? Un comico. Le braccia a botticella. Lo sguardo che roteava. Malato di fi… passione sessuale. Un mitomane. Un clown. Finché non trovò la spalla coi baffetti e partì per il suo tour europeo.

E lì, la farsa diventò tragedia.

Chiedo scusa, sto dicendo banalità. Ovvietà. Ma le ovvietà siano ormai sono quasi rivoluzionarie. Noi siamo l’unico Paese al mondo in cui quelli che cantano nel coro dicono di essere fuori dal coro.

Il teppismo della maggioranza che si definisce minoranza. Il senso comune più becero scambiato per buonsenso.

L’ipocrisia che si fa violenza, verbale e non. Codarda. Sempre.

Tipo allo stadio. Dove, non a caso, abbonda gente che ha di sé una percezione eroica, antagonista, coraggiosa. Il coraggio che serve loro per fare gu gu a un giocatore nero che sta a centro metri. Vigliacchi. Come quelli che ieri a Milano, ultrà della Lazio, hanno esposto uno striscione inneggiante a Mussolini. Impuniti. Perché da qualche tempo in qua, in questo curioso Paese, se fischi il Ministro dell’Interno ti portano via e ti identificano. Se sfili col braccio teso il massimo che rischi è un battimani.

Dice: stai dicendo cose divisive. È una festa…

Ma certo che dico cose divisive, anche se i ragazzi che salirono in montagna 74 anni fa la divisa manco ce l’avevano.

Ma erano patrioti veri, mica come i fascistelli da Facebook di oggi. Perché volevano, semplicemente, la loro patria libera. A prescindere dalle convinzioni politiche. Piccoli eroi che oggi, i pochi che sono ancora tra noi, quasi devono giustificarsi. Eppure erano davvero un unico fronte. C’erano i partigiani bianchi, gli azionisti, la brigata ebraica, non solo i “nostri”, se capite cosa intendo.

Perché anche se è vero che non tutti i partigiani erano comunisti, ma tutti i comunisti erano partigiani, è anche vero che la presenza così forte della sinistra ha indotto troppi di noi in un errore: pensare che il contrario di fascismo fosse, appunto, comunismo.

Invece no. Invece il contrario di fascismo è democrazia.

E non è neanche populismo. Il populismo è l’anticamera della dittatura. Fa credere al popolo che un tizio li rappresenti. Invece li manipola. Un bacione dopo l’altro. Un vaffanculo dopo l’altro.

Quella tra partigiani e nazifascisti non fu ciò che oggi qualcuno cerca di spacciarci, una lotta tra pari. Tra posizioni ugualmente redimibili, negoziabili, presentabili.

Perché da qualche anno c’è un aspetto grottesco che accompagna questo giorno di festa. Ed è difficile non vederlo. Ci siamo abituati, ci hanno abituati, a considerarlo come una specie di derby.

L’altro giorno sentivo un giornale radio della Rai che parlava del 25 aprile come data controversa. Cosa c’è di controverso?

È facile, semplice, a prova di cretino.

Da un lato la resistenza, la democrazia. Dall’altro i nazifascisti, la dittatura.

Democrazia bene, dittatura male.

Poi, certo, ci saranno anche stati, anzi: ci sono stati, partigiani per male, vendette sanguinarie, violenze compiute contro inermi. E saranno esistiti fascisti dabbene, gente che qualche ebreo magari l’ha nascosto, perché lo conosceva, perché da vicino non solo nessuno è normale, ma nessuno è davvero il male, anche se te lo dice il duce.

Ci saranno stati repubblichini che credevano a una loro forma di coerenza.

Però: democrazia, resistenza, bene.

Fascisti, dittatura, male.

Come scriveva Italo Calvino: dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.

Non era un derby.

Anche se oggi dirlo è impopolare. Anzi, come direbbero loro, fuori dal coro.

Nella via in cui abito, a Milano, c’è un negozio per il fascista moderno… Non scherzo: vendono scarpe, giubbotti, magliette… tutte riconducibili a quello che voleva Dio, Patria e Famiglia ed era ateo, fu preso mentre scappava in Svizzera, e di famiglie ne aveva almeno un paio.

Hanno usato come ragazzo immagine, come testimonial, come modello grandi forme, proprio il ministro dell’Interno, che poi all’Interno non c’è mai, farebbero meglio a chiamarlo ministro dell’esterno.

Lui, che usa le frasi di Mussolini per vedere l’effetto che fa. E ne produce due, di effetti: i suoi camerati lo riconoscono, noi ci abituiamo a considerarla una simpatica provocazione. Finché rimane tale. Perché quando ci si abitua alle parole della discriminazione, quando si dà che per scontato che ci sia qualcuno che ha meno diritti, sia per il colore della sua pelle, per la sua religione, per il suo genere, per i suoi orientamenti sessuali, si cambia nel profondo e tutti insieme.

E poi c’è il luna park di Predappio, coi calendari del duce, e l’ironia involontaria chi li compra poi li appende.

E c’è la leader di un partito dell’estrema destra, che fino a questa piccola Weimar senza manco lo strudel, sembrava persino una persona gradevole. La stessa di prima, quella che è entrata nel tunnel del photoshop. Ora ha bisogno di like, di consensi spiccioli, di sfidare il ministro dell’esterno a chi estroflette meglio la mascella. E candida uno che si chiama Mussolini, e si fa fotografare all’Eur sotto il colosseo quadrato, a Roma.

Come se fosse normale.

Ora pensate al nipote di Hitler che si candida in Germania facendosi fotografare davanti allo stadio olimpico di Berlino.

Non è normale. E non succede. Perché loro, i conti con la loro storia li hanno fatti. A differenza nostra.

Ma non è solo una questione di simboli, di esteriorità. C’è un bel libro di William Sheridan Allen che racconta come si possa scivolare nell’autoritarismo senza accorgersene, basta che ci venga indicato un nemico chiaro. Si intitola “Come si diventa nazisti”.  E qui voglio citare la senatrice a vita Liliana Segre, numero 75190 ad Auschwitz: “Mio papà mi spiegò che ero stata espulsa da scuola facendomi sentire per la prima volta “l’altra”, la diversa… La maestra venne a casa e invece di abbracciarmi disse: “Non le ho fatte mica io le leggi razziali”. Quell’indifferenza fu peggio di uno schiaffo. La parola “indifferenza” è peggio della violenza».

Quindi non possiamo essere indifferenti a quello che accade in Italia qui e ora. A quelli che dicono “voi vedete fascisti ovunque”.

Voi vedete fascisti ovunque: li ho visti a Milano inneggiare a Mussolini, li ho visti irrompere nelle sedi di associazioni che aiutano i migranti, li ho visti sparare addosso ai neri come a Macerata, li ho visti bruciare la statua della partigiana di Vighignolo, li ho visti ieri a Bologna a spaccare una lapide che ricordava la liberazione, li vedo a raccogliere i fondi solo per gli italiani, a occupare le case e le sedi a Roma come Casa Pound, li vedo quando picchiano gli omosessuali, li vedo fare i concerti con la loro musica di merda, quando aggrediscono quelli che chiamano zecche rosse, li vedo allo stadio, li vedo sui giornalacci che spargono odio, livore, vittimismo passivo aggressivo.

Li vedo approffitarsi della stessa democrazia che è nata contro di loro. Perché è facile fare i fasci in democrazia, è eroico essere democratici durante il fascismo.

Ma non mi rassegno. E non per una questione di memoria. Che la memoria ce l’abbiamo ancora, è la consapevolezza che ci manca. La consapevolezza che quelli fuori dal coro siamo diventati noi. Che ci facciamo mettere all’angolo da quelli che parlano di retorica della resistenza. Ma quale retorica? I conformisti sono loro. I conformisti dell’anticonformismo. Che lasciamo parlare perché ci sentiamo anacronistici, passati, vecchi.

Ma cosa c’è di più vecchio di un vecchio fascista?

Proviamo a guardarci da fuori.

In tutto il mondo Bella Ciao è un canto intonato da chi cerca la libertà. Lo cantavano in Francia dopo la strage del Bataclan, lo cantavano i turchi oppressi da Erdogan, la cantano in Spagna, in Grecia, la intonavano durante la primavera araba… l’hanno cantata i dissidenti cinesi. È un canto di libertà che solo in Italia e diventato sinonimo di una fazione. Pochi giorni fa la suonavano in una scuola materna, qua vicino, non a Salò, e le maestre hanno dovuto scusarsi perché il solito papà che non si occupa di politica ha chiesto lumi. Ha protestato. E loro si sono scusate: “Ma no, la musica era quella. Ma cantavano La nonna è vecchierella!”.

La nonna è vecchierella?

Ma perché dobbiamo vergognarci dell’unico mito fondante di questo Paese dopo il risorgimento? Perché noi che ne siamo i custodi non la difendiamo ogni giorno soprattutto ora che è in discussione.

È come l’Europa. All’inizio abbiamo capito quanto ci servisse… ci ricordavamo ancora di quando Alcide De Gasperi andava all’Onu, nel ’46, col cappello in mano sapendo, come disse, che tutto era contro di lui tranne la cortesia di chi lo ascoltava.

Per colpa dei fascisti.

Eravamo i paria del mondo. L’Europa ci ha accolti. Protetti. Ridato dignità. E adesso è diventata il nemico solo perché, con tutti i difetti, ci ricorda che se fai parte di un condominio devi cercare di tenere pulito per la tua parte.

Dalle mafie, per esempio.

Devi pagare le quote. È normale. Anzi: essere in regola è un onore. Sono i poveri che hanno sempre odiato avere debiti. Me lo insegno mio padre.

Diamo per scontati 74 anni di pace, dacché gli europei hanno smesso di spararsi addosso. Basterebbe solo questo, per voler bene all’Europa.

Ho quasi concluso. Tra poco tornerete nelle vostre case… date una carezza ai bambini… scherzo.

Però i bambini sono la nostra memoria. La nostra consapevolezza. La nostra speranza. Loro, o gli adolescenti, che consideriamo a volte sdraiati, spesso hanno la schiena più dritta della nostra, si informano senza abbeverarsi al conformismo ai giornali e ai telegiornali iniettano odio nel Paese per qualche copia in più. E se conosci, se ti informi, se sai cosa è successo, se i migranti ce li hai ogni giorno in classe e sai bene che sono persone e non nemici, compagni e non bersagli, che sono come te ma per avere una vita degna hanno dovuto prendere una rincorsa più lunga, saprai anche che la Resistenza non è una parola vuota.

Noi oggi celebriamo qualcosa che continua. Una piccola battaglia di civiltà quotidiana contro tutti i fascismi, anche quelli più subdoli, che cambiano nome ma alla fine una cosa sola vogliono: la sottomissione dei più fragili e dei più deboli.

Di un popolo che in realtà disprezzano profondamente.

Grazie alle donne e agli uomini che hanno dato la loro vita perché oggi potessimo essere qui.

Perché i diritti ci mancano solo quando li abbiamo persi.

Viva la Liberazione, viva la Resistenza, viva il 25 aprile.