Del come non ci sia nulla di particolarmente coraggioso nel coglionare Wikipedia e i Tg

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Un collaboratore di Wired ha raggiunto la meritata celebrità per aver compiuto e raccontato un’impresa ai danni dell’establishment informativo: inserire su Wikipedia citazioni che poi i media ufficiali, quelli che dovrebbero verificare le notizie, hanno utilizzato senza il minimo movimento di palpebra.

La ridondante antipatia nei confronti dei cronisti l’ha immediatamente elevato a vendicatore mascherato (o smascherante): eccoli, i soloni strapagati, cascati nella rete. Eccoli, i detentori di un risibile primato, nella polvere che meritano.

Due cose: a gabbare Wikipedia ci vuol nulla. Si basa su un patto fiduciario, e cioè che chiunque possa scrivere anche scempiaggini, perché la rete si monda da sola e provvede a riparare il vulnus. Ergo, il collaboratore in questione ha dimostrato che sono la rete e i patti sociali a essere vulnerabili. E’ la stessa scientificità di quelli che riescono a votare più volte alle primarie del Pd: violano un accordo, si intrufolano nelle evidenti debolezze altrui. O quella di chi suona ai campanelli e scappa: hai dimostrato la debolezza dei condomini, ma non è ‘sta impresa.

E comunque Wikipedia è una fonte. Non può essere la sola, per carità, ma è una fonte. Perché quel meccanismo quasi sempre funziona, se non è modificato in malafede.

Secondo: giratela come volete, ma la domanda della giornalista di Rainews 24 a Servillo era del tutto legittima e lui è stato un cafone (consapevole) arrogante. Non c’entra – o forse sì, perché ‘sta storia della casta giornalistica è, come quelle sulle altre caste, lana caprina di un popolo cialtrone nel suo complesso – ma mi andava di dirlo.

Chiedo scusa per il pippone.

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