Quella volta che sono stato “renziano”

Standard

Il lavoraccio sporco della satira prevede l’incazzatura periodica di quelli ai quali andavi benone fino a pochi minuti prima. Mi è capitato con molti grillini, delusi da alcune premesse comuni che – Kasta! – non sfociavano nelle medesime conclusioni bestemmianti. Mi capita ora con alcuni renziani, variante genetica dei piddini, che non si capacitano di come si possa perculare Silvio e i destrorsi in genere, rimbalzare Peppe, archiviare Tsipras e Civatias, senza per forza correre in pellegrinaggio a Palazzo Vecchio. Siamo già al “devi riconoscere le cose buone. Perché difetti ne avrà, però…”. Che è come dire che in fondo l’Agro Pontino è stato bonificato.

La verità è che li capisco. Perché sono italiani. Come me. E a ogni italiano capita di credere prima o poi all’uomo della provvidenza. A quello che calpesterà pure qualche convenzione, due regole, forse anche due leggi. Però accidenti quante cose buone fa. E non se le fa, le annuncia. E come le annuncia bene.

Perché siamo così. A me capitò qualche anno fa. Mi innamorai di un leader appena conosciuto. Ne scrissi, in tutta sincerità, una lunga fellatio nel mio libro “Tutti al mare vent’anni dopo”. Era un viaggio in Italia sulle orme di Michele Serra. Mi fermavo ogni giorno in un punto della costa diverso, per un mese. Arrivai a Riomaggiore, alle Cinque Terre. Le raccontai così.

RIOMAGGIORE

Superata la Spezia – e con che gioia – c’è un bivio. In basso a sinistra, Portovenere. In alto a destra, Riomaggiore. La prima delle Cinque Terre. Il Serra andò a Portovenere, e salì sul battello turistico che permette di apprezzare al meglio il penta-capolavoro. Io sono finito a Riomaggiore, e il battello non partiva perché c’era mare mosso. Ma in cambio della gita in barca ho avuto di meglio: il nuovo leader del centrosinistra.

Si chiama Franco Bonanini, ha cinquant’anni e spiccioli. Una moglie, due figli. Due mandati da sindaco. E, dal 2000, la carica di presidente del Parco delle Cinque terre. Sta in un ufficio a Riomaggiore, che naturalmente ho dovuto raggiungere a piedi “perché da noi il turista deve mettere le pantofole”. E di quelli come me possiede un’idea precisissima: “Il turismo è degrado. La gente arriva, modifica le abitudini del luogo, ne devasta la cultura, cancella civiltà millenarie, lo rende simile alla città. Quando ha completato l’opera, si annoia. Perché si sente come a casa. E lo molla”.

Se vi state chiedendo come una visione del genere possa conciliarsi con una delle più poderose macchine da denaro che l’Italia conosca (il Parco, appunto) seguitate a leggere. Tenendo presente che qui fino agli anni ’70 si viveva nel Medio Evo, che quando arrivò la prima strada asfaltata fu usata per scappare – verso l’Arsenale di La Spezia, verso i ristoranti di Genova che cercavano camerieri, verso Milano – e che “la fine dell’isolamento, il confronto con la modernità, fu vissuto come una violenza. Improvvisamente ci si vergognava della povertà, parlare dialetto era diventato reato. Il confronto col mondo esterno ci annichilì, ci sgretolò”.

Sulla via della fuga, gli abitanti delle Cinque Terre  – mille a Terra, facendo le media, il 40 per cento in meno rispetto al secolo scorso – incrociarono i primi turisti. Chi decise di rimanere, di tornare, aveva di fronte due scelte: assorbire identità altrui, buttarla sulla quantità, fare cassa subito. O preservare la miniera d’oro per consegnarla ai propri figli. Siccome siamo in Italia, fu scelta la prima via. E di gran carriera. I contadini diventarono affittacamere, arrivando a stipare dieci persone in una stanza. Le coltivazioni vennero abbandonate.  Fu percorso  il modello Venezia. Quello di una Disneyland per riccastri  – soprattutto americani, neozelandesi, canadesi, naturalmente olandesi – senza identità. Il passo successivo, siamo alla fine degli anni ’80, sarebbe stato quello di aumentare le cubature. Rapalizzare.

Bonanini cominciò a lavorare nel ’91. “Mi chiesi: vogliamo fare un programma per cinque anni o per trecento? Concediamo licenze per cento alberghi, o proteggiamo quello che abbiamo? Cediamo ai Tanzi, alla Fiat, ai Gadolla o consentiamo a ognuno la possibilità di acquisire una rendita di posizione che durerà per sempre? Cerchiamo voti o futuro?”.

Si fece la domanda, insomma. Si diede la risposta. E elaborò un progetto politico che partiva dall’istituzione del Parco. Senza dichiararlo. Forse per questo l’ha quasi realizzato.

I caposaldi sono due. Il primo: recuperare l’identità culturale. Fare sistema. Buttarla sull’orgoglio di comunità. “Quando ero ragazzo  mi racconta i miei genitori si vergognavano a dire che erano di qui. La miseria non è mai un biglietto da visita avvincente. Inoltre, eravamo in balia dei forestieri. Mio padre produceva un vino eccellente ma dipendeva dai sensali. Che venivano a fine giugno, quando sei obbligato a vendere perché la vendemmia è vicina. Bevevano un bicchiere, lo sputavano. E alla fine ci pagavano meno della metà di quanto avevamo preventivato, o sperato, ipotizzando di finire quel piccolo lavoretto che attendeva da anni. Non deve succedere più”.

Il secondo: utilizzare l’identità per preservare il territorio. Dove per preservare il territorio (che può voler dire tutto o niente, scommetto che sta scritto pure sul programma di Forza Italia) si intende “coltivare”. Per motivi culturali. Per motivi commerciali, ché basilico e limoni delle Cinque Terre si cominciano a vendere, e bene. “E per motivi contingenti”, aggiunge Bonanini. “Sennò, sul lungo periodo, rischiamo una Sarno di pietre. Il lavoro dell’uomo, i terrazzamenti, hanno reso meno friabile la montagna. Ma se l’uomo se ne va, tutto torna precario. E se scendono in acqua i 700 chilometri di muretti a secco, cioè otto milioni di metri cubi, si portano dietro case e persone”.

Naturalmente non si possono costringere i proprietari riottosi a coltivare i terreni abbandonati. Nemmeno per il bene comune. Anzi, a maggior ragione. Però ci si può andare vicini vicini. Bonanini l’ha risolta così:  spesso i privati vogliono trasformare i casolari in abitazioni, aggiungere il bagno. Glielo si concede, ma solo a condizione che riportino i terreni a nuova vita. Se il privato non coltiva, il Parco non lo multa, “perché così sarebbe una selezione per censo, riservata a chi può permettersi il condono”. Si prende la terra.

Sembra l’esatto contrario di una cartolarizzazione. Lo è. Bonanini, che attraverso il Parco ha già nazionalizzato cinque ristoranti, diversi alberghi, il treno che percorre le Cinque Terre, i bus, il metano che quei bus fa muovere,  la terra vuole comprarsela. Ha un piano per investire cento milioni di euro in appezzamenti: poi li darà in comodato ai privati, per vent’anni. A patto che riportino i terrazzamenti agli antichi splendori. Sennò, fuori.

E’ un po’ lo stesso meccanismo che c’è negli esercizi commerciali: chi aderisce al marchio di qualità (che vuol dire prezzi accettabili e servizi di livello) paga il suolo pubblico cinque volte meno di chi non aderisce. E chi alza troppo i prezzi, il suolo pubblico non ce l’ha più, “perché non voglio essere complice di un’estorsione”. Come quella del tizio che mi ha chiesto 4 euro e 80 per un tè freddo e un’idea di farinata. Infatti non aveva neppure un ombrellone.

Per il turista funziona allo stesso modo: “Deve adeguarsi lui a noi e non viceversa”. Con cinque euro e poco più, ha gratis tutti i servizi. Compreso il trenino che il presidente, anzi il candidato, ha appena rimesso in funzione, riaprendo le stazioni che Trenitalia aveva chiuso. La trattativa era cominciata un mese e mezzo fa, ha già figliato.

Compresa, anche, una scuola di riflessologia, i cui studenti devono impegnarsi non sfruttare commercialmente ciò che hanno imparato. E compreso il naturopata. Un tedesco che ha preso la residenza qui e per 2500 euro al mese, pagati dal Parco, cura residenti e ospiti.

Ovvio che uno così, che decide e decide in fretta, che si sente investito da una missione “perché noi siamo gli ultimi che vengono dal Medio Evo e dobbiamo scrivere le regole”, sia anche discusso. Succede, quando metti un limite anche ai bagni in mare: li fai solo se soggiorni per almeno tre notti in un albergo che adotta procedure ecocompatibili. Succede se ti comporti allo stesso modo per la pesca, e la caccia, anche se poi magari diventi l’idolo delle doppiette perché gli concedi di “selezionare” i cinghiali. Succede quando hai il coraggio dell’impopolarità: “Prima di chiedere il Parco, cercai la legittimazione. E dissi chiaramente: so quello che ci può dare, ma lo vedremo molto più avanti. Se non vi va bene, non votatemi. Ho preso l’80 per cento”.

Col carisma dunque siamo a posto. Con la trasversalità pure (fu riconfermato alla guida del Parco persino dal ministro contro l’ambiente della Cdl, Matteoli). I rapporti internazionali ci sono: nell’Università dell’ambiente ospita convegni di americani e ucraini, serbi e scandinavi. La sinistra radicale non può non amarlo, perché certe scelte profumano di repubblica socialista: gli incentivi alle coop di pescatori, il Parco che compra i microscopi all’Usl e non viceversa, due ostelli per la gioventù, la regola di far pagare caro e tutto  – compresa la passeggiata sulla celebre Via dell’amore – a chi non acquista la carta servizi e non accetta le regole della comunità.

Per fare di Bonanini il leader dell’Unione manca solo la modernità. Anzi no. In realtà, è pure un imprenditore, seppure interposto Parco. Dà lavoro a duecento  giovani. Soprattutto con contratti co.co.pro. Macina utili. E, dato importante per un candidato, ha anche la tv. Via cavo, naturalmente. Perché quelli di Sky sono stati gentilmente invitati a mettersi le parabole altrove.

Adesso che lo conoscete,  avrete capito perché puntare su di lui. Il nostro Howard Dean, più che il nostro Ralph Nader. Ora, sia chiaro: per il prossimo mandato, o anche due, ciò che ci serve è uno come Romano Prodi. Ma quando avremo bisogno di uno che ha un programma per i prossimi trecento anni, quello sta alle Cinque Terre.

Fine.

 

*Franco Bonanini è stato arrestato nel 2010. Secondo la procura di La Spezia era al vertice di una “gestione faraonica” del Parco. Truffa aggravata ai danni dello Stato, associazione a delinquere, falso materiale e ideologico, tentata concussione, violenza privata e calunnia. Il processo è ancora in corso. Nel frattempo è subentrato a un collega di partito del Pd ed è europarlamentare. Si ricandida alle elezioni del 2014. Per Forza Italia.

3 pensieri su “Quella volta che sono stato “renziano”

  1. Pietro Cociancich

    A parte che il confronto con l’Agro Pontino (con cui si insinua sottilmente che Renzi è un po’ un Mussolini) mi sembra leggermente campato per aria, giusto per far polemica…

    A parte questo, dunque, mi chiedo: la sostanza di quest’articolo qual è? Che non si può sostenere convintamente un qualsiasi leader perché poi si rimane delusi? O, più prosaicamente, che nessuno deve rompere le balle agli autori satirici per le loro idee politiche?

    Gli autori satirici sono liberi (devono esserlo) di dire tutto quello che vogliono. I lettori degli autori satirici sono liberi (devono esserlo) di rampognarli se sono in disaccordo. Fa parte del gioco.

    • Luca Bottura

      ma figurati, pietro. ci mancherebbe che mi lamentassi delle rampogne: sono il sale del mestiere. poi capita che mi vada di andare oltre la battuta e spiegare due cose per come le vedo io. mi sembra legittimo anche questo, credo. un caro saluto

      • Pietro Cociancich

        Oh, beh, certo. Direi che sul tuo sito ne avrai pure il diritto.
        E’ anche vero che nell’introduzione parlavi di ”satira”, mica di altro.
        In ogni caso, grazie per la risposta.

        PS: Renzi dice che ”renziani” è una malattia.
        PPS: il mio correttore automatico mi corregge ”renziani” con ”benzinai”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *