Una cosa impopolare su arciere “cicciottelle” e direttori di giornale silurati

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(ANSA - WEIGHT WATCHERS) Che poi a volte il Carlino è anche utile

(ANSA – WEIGHT WATCHERS) Che poi a volte il Carlino è anche utile

Quando ero bambino vagavo per le redazioni delle prime tv e radio private scassando l’anima a giornalisti, tecnici e conduttori per vedere come funzionava quello strano mondo. Erano mediamente gentili. Anzi, a volte mi facevano proprio lavorare. Prendevo dediche e richieste al telefono, riavvolgevo nastri, cose così.

Tra le prime emittenti che importunai c’era Videobologna. Via Castiglione 21. Lo stesso identico indirizzo nel quale sarei tornato molti anni più avanti per lavorare nella redazione di Cuore. Un palazzo del centro storico, con le pareti affrescate. Uno studiolo microscopico che serviva per il tg, per il programma sulle commedie in dialetto, per registrare sgangherati video musicali in piano sequenza. Ne ricordo uno della Rettore.

Mi trattavano bene, dicevo. C’era Gianluigi Armaroli, che oggi fa l’inviato per il Tg5. C’era Giorgio Comaschi, che faceva cabaret e poi avrebbe sfondato in Rai con la Zingara. E c’era Giuseppe Tassi. Quello. Il Giuseppe Tassi che oggi è stato sollevato dall’incarico di direttore del Qs – l’inserto sportivo del Carlino – per il ben noto titolo sulle “arciere cicciottelle”.

Il breve excursus serve a rivelare il rischio di un pregiudizio positivo. Che non viene ovviamente, non solo, dalla sopportazione che Tassi mi riservava ai tempi di Videobologna. Ma da una carriera fatta di pacatezza e di giornalismo popolare, nel senso buono del termine, cavalcata con decoro.

Occhio: quel titolo non è un bel titolo. È maschilista. È figlio di una cultura anni Cinquanta che alberga in molte redazioni – non era denigratorio, era un “pat pat”, significava: sono cicciottelle ma se la cavano bene -, specie quelle sportive, e parlo per esperienza diretta, in cui il confine tra il bar del giornale e le pagine rischia di essere valicato ogn’ora.

Né le scuse del buon Beppe, rivolte solo ai lettori e non alle tre arciere, e alle donne in genere, hanno migliorato la situazione. Anzi. Però, se fossero state più ampie, secondo me sarebbero bastate. La cazzata possiamo farla tutti, ma anche il “prima” dovrebbe essere importante.

Invece no, invece il proprietario del Carlino ha ceduto ai social e la testa di Tassi è rotolata.

Se mi è concesso, invoco per lui, se non l’assoluzione, almeno due attenuanti generiche.

La prima: Beppe è vittima del “giornalismo ambientale”. La presenza sul mercato di Libero, il Giornale, il Fatto Quotidiano, ha modificato il Dna dei quotidiani cartacei. Tutti si sentono legittimati a forzare un po’ i titoli, a fare del clickbaiting su carta. Tutti pensano, fisiologicamente, che sia necessario occhieggiare un po’ ai lettori. Anzi, spesso sono gli stessi editori che te lo chiedono. Gli stessi che poi ti cacciano a pedate, quando magari vai lungo, mentre dovrebbero essere contenti se il pubblico si rivolta contro un titolo infelice del Carlino: significa che lo considera ancora un giornale vero, a differenza di quelli diretti da Feltri, Belpietro e compagnia.

La seconda: i social, appunto. Quel titolo resta appunto infelice, molto, una cosa di cui scusarsi pubblicamente. A prescindere da chi le pretende, le scuse, e quali titoli abbia per farlo. Però che siano i social a ottenere la testa di Tassi, è un po’ come se il gestore del peggiore Bar di Caracas facesse saltare il direttore dell’Harry’s Bar perché c’era una ditata sul piattino del conto.

Siamo in grado, noi, di scagliare la prima pietra? Rispondo per me: io no.

Auguri dunque a Beppe Tassi e alle tre arciere, perché possano prima o poi vivere in un Paese in cui nessuno fa battute a mezzo stampa sulla loro forma fisica, manco in buonafede, e in cui la legittima indignazione non si mischia a un lavacro di coscienze ottenendo la cacciata di un tizio che ha fatto una cazzata, ma resta una persona perbene.

28 pensieri su “Una cosa impopolare su arciere “cicciottelle” e direttori di giornale silurati

  1. Gian Carlo

    Il fatto che la deriva dei giornali sia quella non mi sembra un attenuante anzi. Poi da quanto ho letto sembra che il resto del Carlino non sia nuovo a “cazzate” nei suoi titoli. Quanto poi poi all’editore vale esattamente la stessa attenuante anche lui cede all’ambiente. Se il giornalismo orami è seguire la corrente, non ti puoi lamentare che questa ti trascini a fondo.

    • Giulia

      Concordo con il commento precedente. Il “così fan tutti” per vendere qualche copia in più non può e non deve rappresentare un’attenuante, meno che mai in questo caso specifico.

      Tutti si sentono legittimati a “forzare un po’ i titoli”? Ma perché, in nome di cosa? Il “clickbait su carta”? E allora la decisione di licenziare il direttore è davvero il minimo.

      • Christian

        Mi associo, se lo scopo è il clickbaiting ti prendi anche i click di protesta e ti regoli di conseguenza, se punti solo ai click di like e non ai dislike, fai più attenzione. Il “così fan tutti” o lo zeitgeist del tempo a me sembrano aggravanti, non attenuanti. E che ci sia stata una sollevazione a mezzo social lo trovo un dato positivo, significa che forse quello spirito del tempo sta cambiando e non siamo più disposti ad ascoltare battute da caserma fuori dalle caserme (che, metaforicsmente, potrebbero essere anche i social, dipnde dal contesto, anche dalle pagine social dei quotidiani, dove cambia il registro comunicativo. Sul cartaceo, no, è – a mio modestissimo avviso – una sorta di certificazione che si possa fare, un imprimatur. No, non si può fare, e non è che perché tutti prima o poi abbiamo fatto battute da trivio, le voglia trovare scritte sulla stampa “ufficiale”

  2. Jacopo

    L’hai detto tu, posizione impopolare e di parte. Però è normale che chi fa una cazzata professionale la paghi. Il fatto che la cazzata sia stata amplificata dai media, social e non social, fa parte del gioco. Se non fosse stata una cazzata non ci sarebbero stati i commenti. Nel mondo si licenzia per molto meno. E le parole hanno un loro peso, specialmente se il tuo lavoro è fatto di parole come nel caso di un giornalista. Per una volta chi ha sbagliato ha pagato. Poi questo non significa crocifiggere l’essere umano. Sicuramente questo tassi sarà una buona persona e avrà altre chance professionali (anche se sospetto che sia in età pensionabile).

    • Jacopo

      Ehi Bottura, questo Jacopo che ti ha scritto sopra è un altro Jacopo, non il Jacopo che ogni tanto polemizza qui su (e che ti vorrebbe esorcizzare dal germe renzista che vive, nascosto e latente, in te).

  3. Simon

    Titolo infelice, davvero, impossibile non accorgersene e non intevenire. Purtroppo gli errori si pagano, anche se chi li commette non è un mostro. poco da dire, le attenuanti servono per capire il contesto, ma non si può dare la colpa ai social: il QS ha tiratura nazionale e qui non si tratta di una frase pronunciata in un bar e fatta circolare da FB o twitter. Onori e oneri

  4. secondo me è cosa buona e giusta che qualcuno inizi a reagire con i fatti al cattivo giornalismo, che le parole ormai si scordano in un bit. altrimenti smettiamo di parlare di giornalismo e mettiamoci il cuore in pace.

  5. Marco

    sai Luca, se l’Italia non fosse quel paese dove non cacciano mai via nessuno anche per le peggio cose, sarei d’accordo con te su tutta la linea. Il punto invece è che forse domani comprerò una copia di quel giornale, solo perché ha dato il segnale che chi sbaglia paga. Poi magari non è proprio così, poi magari quel tizio lì era sulle balle da chissà quanto ai suoi colleghi e superiori, che gli è bastata una semplice scivolata per ritrovarsi in fondo ad un tombino. Ma a me piace pensarla diversamente, cioè che questa sia stata una prova generale di meritocrazia e che i prossimi che verranno saranno più attenti, più rispettosi e magari più bravi. Mi piace vivere di illusioni anche per trovarci gusto.
    Pensa al “caso Boffo”; mi illudo che un domani qualcuno prenda a calci nel sedere chi fa errori come quello.
    ciao.

  6. Barbara Cardella

    Giulia, il licenziamento per una cosa del genere è un ostracismo miope. Nessuno sostiene che il direttore abbia fatto bene a pubblicare quel titolo ma il provvedimento avrebbe dovuto essere commisurato allo strafalcione. E’ un idiota l’editore. Si chiede scusa ai lettori dell’incidente, ma niente di più. Invece abbiamo assistito ad un sacrificio umano sull’altare del politicamente corretto.

  7. Dan

    Già… prendersela con la forma fisica è abbastanza “radical chic”, quindi accettabile.
    Se magari chessò, avesse detto i tre negretti (sempre con lo stesso tono bonario da bar sport), il tuo articolo avrebbe avuto certo un altro tono.
    Per me la cosa sarebbe stata grave in etrambi i casi, ma ormai per tenere il passo di libero o il giornale… bisogna anche andare controcorrente qualche volta per avere qualche click in più

  8. Vronsky

    che significa che ‘i social’ (qualsiasi cosa tu intenda) non hanno titolo per criticare un giornalista? per dirti che hai scritto (per una volta) una sciocchezza dovrei chiedere l’iscrizione a qualche albo?

  9. francesco zucchini

    caro Luca hai lettori da saloon! altro che Libero. questi hanno la corda in mano. ricordati la lezione del dott. Frankenstein e della sua creatura! ciao aspetto ancora quella famosa telefonata! Zuk

    • Simon

      anche in questo caso, ecco un eccesso. quale corda in mano? respingo al mittente, soprattutto a chisi erge a censore o a depositario della ragione/logica in contrapposizione alla politically correct policy…

      • francesco zucchini

        l’eccesso, caro simon, è quello di dar ragione all’azienda che licenzia, o cmq rimuove, un dipendente per una fregnaccia, grave fin che si vuole ma non meritevole di una punizione simile. Il solo fatto di non notare la sproporzione tra errore e sanzione fa di chi ha commentato Bottura (che peraltro non approva il licenziamento o quel che è) un giustizialista da tribunale del popolo. Io non mi ergo per niente a censore ma per fortuna (miracolo) ragiono ancora un minimo

        • simone

          Scusi eh ma se un titolo che istiga alla discriminazione non è meritevole di licenziamento, cosa lo è? Mi faccia esempi ché a me non sovvengono.

        • simon

          Condivido senz’altro che il licenziamento è sproporzionato, vedremo su questo l’esito di eventuali ricorsi, sul resto nego (in quanto non condivido) il giustizialismo.

        • Serena Bersani

          E comunque qui non viene licenziato nessuno. Vi è solo la rimozione dall’incarico di direttore ma lo stipendio non lo perde di certo.
          Apprezzerei altrettanto zelo da parte dell’editore di quel giornale quando pubblica articoli sulla “doppia vita” di quella poveretta massacrata in un hotel da un killer seriale

  10. Roberto Sebastiani

    Caro Luca, da tuo assiduo ascoltatore e lettore, concordo praticamente su tutto, tranne sulla seguente:

    “Però che siano i social a ottenere la testa di Tassi, è un po’ come se il gestore del peggiore Bar di Caracas facesse saltare il direttore dell’Harry’s Bar perché c’era una ditata sul piattino del conto.”

    Battuta simpatica, ma un po’ fuori centro. Il punto e’ che “i social” non sono ne’ una persona sola, ne’ un gruppo omogeneo, ne’ un’associazione con un portavoce incaricato di fare sintesi di un pensiero comune. Nei “social” c’e’ un po’ di tutto, come sai benissimo, e ci trovi chi, come me, trova infelice il titolo sulle atlete “cicciottelle”, e chi applaude alle mirabolanti battute di Salvini su Boldrini e bambole gonfiabili. Dire che “siano i social a ottenere la testa di Tassi” e’ come dire che “sia la Rete a decidere”…

  11. Sentirsi legittimato a fare clickbaiting basta e avanza per farne un’aggravante e non un’attenuante perché “tanto tutti fanno così”. Il giornalismo dai titoli infelici insopportabilmente tendenziosi (“Non crederete mai a..”) a contenuto zero sono ormai tristemente la norma. Personalmente lo trovo insopportabile e privo di utilità. (i cani di Obama sull’air Force one, per carità) Forse non andava sollevato dall’incarico ma sicuramente quando scriverà il prossimo articolo si farà le giuste remore e si asterra’ dall’uso di un umorismo spiccio da caserma e allusioni sui generis da maschilista becero piombato nel 2016 con la macchina del tempo.

  12. enzo

    un alterato vezzeggiativo e affettuoso ma in quest’epoca di caccia alle streghe politicamente scorretto. U
    n po’ di leggerezza! Chi licenzia il direttore è un oscurantista azzerbinato…W il Male e le Canard enchainé

  13. monica mancini

    Forse il tuo coinvolgimento emotivo (per il fatto che conosci personalmente il “colpevole” del misfatto, se così possiamo chiamarlo, e sai che persona sia) ti toglie un po’ di obiettività… Sono convinta che se la caduta di stile l’avesse fatta qualcun altro, gli avresti dato giustamente del villano senza cercare tante attenuanti (anche se, magari, anche lui ne avrebbe potute avere e fosse arato una brava persona). Il tipo è stato più che scortese, dài… Se la punizione sia stata adeguata non so, forse bastavano le scuse.

  14. Daniela Camboni

    Bravo Luca, come sempre, condivido tutto su Beppe Tassi. Quanto alla povera signora vittima del serial killer ( e ai genitori) , data in pasto al pubblico senza potersi più difendere, ho avuto subito lo stesso pensiero di Serena Bersani. Ma li ‘ nessuno ha alzato un sopracciglio.

  15. Paolo Bortolotti

    non è tirare la prima pietra, chi non sbaglia mai non sa nulla, ma è ritirare indietro quella ricevuta ed essendo un giornalista per scelta sua quando la tira può succedere che ne ritornano indietro tante verso di lui

  16. Jacopo

    Ebbene sì, il titolo è stata una mezza pestata di cacca, ecco.
    Ma non tanto per il contenuto, quanto proprio perchè l’apprezzamento sulla forma fisica delle tre tiratrici è stato “sparato” nel titolo; e titula manent, si dice.

    Eppure.

    Ricordate Atene 2004?
    Se siete persone sane no, se siete guardatori compulsivi di calcio e di sport in genere, con relativa memoria malata, probabilmente sì.
    Bene, a Atene 2004, nella categoria tiro con l’arco (non so quale distanza, onestamente, non so nemmeno se c’erano varie gare divise su più distanze, non credo) vinse a sorpresa un all’epoca giovane Marco Galliazzo dalla Provincia di Padova.
    Si soffermarono a lungo, giornali e telegiornali, oltre che sulla giovane età di Galliazzo, sulla timidezza di Galliazzo, che ce lo rendeva simpatico, sul fatto che all’epoca Galliazzo non avesse la morosa, che ce lo rendeva ancora più simpatico, e soprattutto sulla causa delle ultime due cose, ossia la rotondità e il peso non proprio da ballerino di Galliazzo (e questo ce lo rendeva simpaticissimo).

    Pechino 2008.
    L’individuale a squadre vince l’argento (o perde l’oro a seconda di come la si vede) contro la Corea del Sud, trascinato ovviamente da Galliazzo, un po’ meno giovane, un po’ meno timido, nonchè provvisto di morosa (nella gara individuale ha tirato bene ma ha perso quasi subito contro uno che ha tirato ancora meglio di lui). E’ lui a parlare per la squadra alla fine della gara, a dire le solite due o tre cose di buon senso che spesso sconfinano nella banalità unite a una punta di delusione (“peccato, potevamo vincere, i coreani erano battibili”). I giornalisti registrano e, pur rispettando il dolore della sconfitta, non si fanno scappare una battutina sulla stazza del nostro eroe, l’unica cosa rimasta uguale in questi quattro anni (assieme al pizzetto improbabile e agli occhiali).

    Londra 2012 (la vendetta)
    A casa della mia morosa, mentre lei affronta una breve sessione di bagno e una ben più lunga sessione di scelta del vestito e del trucco, approfittando del divano libero, giro sulle olimpiadi.
    E che veggo? Un podio, il nostro inno orrendo che suona trionfante, tre signori pingui sul gradino più alto, con un’espressione di beata soddisfazione sul volto.
    Sono i nostri tre Robin Hood, che hanno lavato l’onta di quattro anni prima andandosi a prendere un oro meritatissimo a forza di frecciate.
    Tra loro troneggia, e chi se no, Marco Galliazzo, tondo fra i tondi, tondo anche in divisa nera (armani), occhialuto, pasciuto e rilassato con l’oro al collo (il secondo per lui a un’Olimpiade, più un argento) e la pappagorgia che tiene impercettibilmente ma correttamente il ritmo dell’inno di Mameli.
    I commentatori, ça va sans dire, non risparmiano riflessioni su questa vittoria, su questi atleti “così diversi”, i più arditi usano esattamente l’aggettivo “cicciotti”, oppure l’espressione “qualche chilo”, eccetera eccetera; (i più ignorano che in una disciplina dove la stabilità è fondamentale, viste le dimensioni e il peso dell’arco, pure di materiale leggero, i chili aiutano).

    Insomma, Tassi avrebbe, forse (forse) potuto evitare, o fermare il suo titolista prima che succedesse il casino.
    Ma il casino non doveva, credo, nemmeno nascere, altre cose simili erano state già dette, le dicevano danni, e il destinatario di queste stupidate ha guadagnato in notorietà più per le stupidate stesse che per la sua bravura di arciere in grado di vincere due ori e un argento in tre olimpiadi (in questa, a quel che so, in questo momento è a secco).
    E in ogni caso complimenti a Guendalina (padovana come Galliazzo) a Lucilla (mantovana come me) e a Claudia (che non so di dove sia ma che era la meno cicciotta del trio)…

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