Ecce Bomba. Perché moriremo renziani.

Standard

L’abusata metafora di Ecce Bombo (“Vengo, non vengo, mi si nota di più se vengo e resto in disparte…”, etc) calza purtroppo a pennello per il forfait di Matteo Renzi all’Assemblea Pd, che in effetti – per ruoli in commedia, figure partecipanti, la fotografia seppiata che tutto permea e tutto ottunde – è parsa per lunghi tratti un congresso doroteo del 1974.

L’ex segretario procede distribuendo scampoli d’assenza, con la contestuale pretesa di un ruolo centrale nel dibattito interno al partito che comunque medita di lasciare. Che al mercato mio padre comprò.

Il Renzi che mette like su Facebook a chi gli profetizza la diaspora, è lo stesso Renzi che lavora per Minniti segretario, in un gioco di ruolo uno e bino che apparentemente prevede una sorta di En Marche al lampredotto, collegata in qualche modo a un Pd amico. Due partiti da guidare al prezzo di zero. E l’egemonia completa su quel che resta della cosiddetta sinistra riformista. Parlandone da viva.

Intanto, LeU implode trascinando nel vuoto cosmico un’ulteriore fetta di elettorato, mentre il pacato Carlo Calenda lancia un Fronte Repubblicano per Europee ma lo chiude alla sinistra cosiddetta radicale. Il che ipotizzerebbe il primo fronte nella Storia composto da un solo partito (a meno di non coinvolgere – oddio – Forza Italia) che peraltro è in odor di scissione.

In questo pianeta delle scimmie progressista, dove manco le clave volano più, prova ne siano i flebilissimi interventi di Martina e Zingaretti all’assemblea di cui sopra, un dato solo è certo: il segretario del 40 per cento è convinto di aver perso prima il Governo del Paese e poi le elezioni per un complotto esterno di cui fanno parte tra le altre cose gli stessi giornali che i grillini (e i loro organi ufficiali) additano come suoi lacché.

Ha dato le dimissioni come quegli attori che lasciano il palco già pronti per il bis. Anche quando non glielo chiedono. O, almeno, non ancora.

Ha lasciato Palazzo Chigi convinto di riprenderselo a stretto giro e di poter comandare Gentiloni con un joystick. Si è dimesso da segretario pensando a Martina come a una sua appendice. E non appena le due teste di legno designate hanno mostrato margini di autonomia e (dio non voglia) di popolarità autonoma, ne ha fatto bersaglio.

È tutto legittimo. E siccome in politica l’autostima conta, nulla vieta di pensare che – specie a fronte del mix micidiale di incompetenza e autoritarismo assiso di fronte a lui – Renzi non possa davvero tornare sugli scudi, anche a breve, come ancora di salvezza contro il disastro giallobruno. Il 16 per cento che oggi voterebbe Pd è cosa sua, come lo era il 16 che votava il Psi di Craxi. La piattaforma per tuffarsi c’è. Verso dove, chissà.

Oggi però Renzi rappresenta le ganasce alla incupita macchina da guerra piddina. Il blocco a un motore già ingolfato dalle Politiche. Non sente sue le mura del Pd in cui abita, e c’è una parte di elettorato democratico che ha smesso di votare quel partito perché considera lui uno squatter, un occupante abusivo.

Un limbo che azzoppa entrambi. E tiene in ostaggio milioni di potenziali elettori. E un’ipotesi concreta di ripartenza.

Per questo, oggi come non mai, potrebbe essere utile la famosa “profezia di Fassino”. Renzi si faccia un partito suo, e vediamo quanti voti prende. Sarebbe quantomeno un defibrillatore sul corpaccione immobile dell’opposizione.

A Grillo, che per certi versi gli somiglia moltissimo, andò fin troppo bene.

 

2 pensieri su “Ecce Bomba. Perché moriremo renziani.

  1. Peter

    Milioni di potenziali elettori. ma ndò stanno ? Se pensi a milioni di fuoriusciti grillini prossimi venturi, che ritornano a casa una volta uscito di scena il bullo toscano, stai fresco.

Rispondi