Di cosa parliamo quando parliamo di caregiver

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Quando una parola inglese ne sostituisce una italiana, quasi sempre scoppia un casino. Prendasi caregiver. Che Zaia, come sappiamo, ha traslato in “fornitrici di automobili” (cargiver) e che ha generato addirittura una discussione tra il sottoscritto e il sempiterno Gianluca Nicoletti perché in un tweet ironizzavo sui caregiver autoproclamati aggiungendo che, comunque, le badanti non le immunizza nessuno. Un equivoco. Colgo l’occasione per ribadire stima a Nicoletti e significare coram populo che il caregiver è colui il quale assiste persone affette da disabilità. Una figura decisiva in un ambito preciso, che ovviamente tutti vorremmo in testa alle liste dei vaccinandi. Ciao Gianluca.

Punto.

Ora passiamo alla seconda parte del tweet, ossia le badanti. Che forniscono un altro tipo di assistenza a persone non autosufficienti le quali altrimenti sarebbero costrette alle Rsa. Che una volta si chiamavano Case di riposo. In questo caso è un acronimo ad aver sostituito un lemma italiano, burocratizzandone i destini. Tutti abbiamo appreso cosa fossero le Rsa quando, a pandemia scoppiata, divennero l’epicentro di una strage. Dimostrando che le Residenze Sanitarie Assistite erano, in alcuni casi, non tutti, per carità, ché poi si incazzano quelli delle Rsa, delle residenze poco sanitarie e non sufficientemente assistite.

Per questo, anche per questo (io in realtà mi sarei comportato allo stesso modo pure prima) chi poteva permetterselo ha preferito lasciare a casa i propri vecchi. Come ho fatto io. Che non sono un caregiver, ma un figlio che quando può assiste la propria madre. Non sempre. Dunque ne affida i destini, quando non presente, a una persona. Moldava. Assunta regolarmente. Non vaccinata.

Questa persona esce talvolta di casa, ovviamente proteggendosi. Ma, non so voi, ho fior di amici che si sono ammalati pur rispettando tutte le norme. Dunque non è impossibile che possa contagiarsi. Ma a quelle come lei non è riservata alcuna priorità. Cioè: alcune Regioni inseriscono le badanti tra le figure ricomprese nel nucleo familiare. Molte no. Nella mia, una con la Sanità d’avanguardia, la risposta a specifica domanda è stata: “Non lo sappiamo”.

L’occasione mi è dunque grata per significare, a mio modesto parere, cosa osti a questo piccolo gesto di civiltà. La consapevolezza di altre e prevalenti esigenze? No. Semplice disorganizzazione? Fuochino. Responsabilità a livello centrale? Fuoco. A mio modesto parere osta il fatto che sarebbe impopolare anteporre un qualunque straniero, anche quello che accudisce i nostri vecchi, a un qualunque italiano.

Così, magari, finisce che, per non creare problemi a quelli di #primagliitaliani, o più semplicemente a non prendere una decisione che risulterebbe impopolare solo per chi non abbia mai convissuto con questa fatale evenienza della vita, a prendersi il covid sono #primaimoldavi.

Subito dopo, però, magari arrivano i nostri nonni non ancora vaccinati.

3 pensieri su “Di cosa parliamo quando parliamo di caregiver

  1. Stefano

    Caro Luca, non so se sia meglio o peggio, ma credo che questa volta il razzismo non c’entri (ancora) niente; si tratta di semplice disorganizzazione; tragica disorganizzazione; criminale disorganizzazione.

  2. In questo caso il discrimine non può essere fra straniero e italiano: le linee guida equiparano familiari e collaboratori a contratto (la cui nazionalità non rileva). Il requisito necessario è che si tratti di una condizione riconosciuta dalla legge 104. Si apprezza l’attenzione per misure discriminatorie, ma in questo caso per fortuna il rilievo è infondato.

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