In morte di Radio Città del Capo: un classico disastro “di sinistra”

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Radio Città del Capo - WikipediaRadio Città del Capo è (era) l’emittente bolognese sulle cui frequenze, insieme all’amico Checco Garbari, ho cominciato la mia lunga storia d’amore con microfoni, cazzeggio e serietà. Registravamo le puntate di “Vile vinile” direttamente su cassetta, con le cuffie in bachelite rossa che funzionavano random, un canale alla volta. Nessun controllo editoriale. Libertà assoluta. Eppure, lampante, la sensazione di appartenere a una comunità cui regalavamo un’oretta di facezie al netto di una produzione talvolta professionalissima, talvolta meno, talvolta lieve, talvolta pesante come piombo glassato al tungsteno.

Era, anche, la radio in cui lavorava mia moglie.

Ne sono stato un fiancheggiatore fraterno, conducendo – insieme all’amico Simone Bedetti – una maratona per gli abbonamenti, il rito mutuato dalla capogruppo Radio Popolare, che consiste(va) nella raccolta di versamenti spontanei basati solo sulla solidità del rapporto affettivo. Non che gli abbonati ottenessero alcunché, dall’obolo. La radio era fruibile anche per chi non pagava. Ma costituivano una base di reciprocità, un patto, il sentirsi parte di un percorso (oddio) politico condiviso. Erano un affidavit: ci si sosteneva a vicenda.

Come ogni esperienza editoriale di sinistra, Città del Capo era piena di casini intestini. “Cioè cazzo compagni” sono le prime tre parole che ognuno di noi ha pronunciato nella culla, e anche per questo non mi ero molto preoccupato quando, ormai nove anni fa, la cooperativa che la editava era confluita in un’altra. Massimi sistemi che sembravano non poter sabotare quel piccolo miracolo che ha fatto da palestra a fior di giornalisti, autori, conduttori.

Ieri è stata venduta l’ultima frequenza superstite: la radio non esiste più. L’hanno venduta a Berlusconi, per soprammercato. E festeggiano la plusvalenza di 200.000 euro che confluirà nella produzione di podcast.

Tenterò di essere equilibrato: dio vi stramaledica.

Stramaledica voi e la vostra insipienza, la vostra ignoranza, la vostra incapacità. Il vostro credervi manager perché avete monetizzato un percorso suicida. La faciloneria con cui liquidate la storia. Le parole usate a cazzo. Come quando chiusero l’Unità e si riempivano la bocca con l’online, che nessuno sapeva cosa fosse.

Vi stramaledica per la storia e le storie di tutti quelli che hanno creduto in questo progetto. Per chi gli ha dato sangue e passione. Per il danno anche civile, politico, che fate alla città. Siamo nel 2021: una radio/tv/podcast allnews che strappi la coltre plumbea di informazione pastorizzata da cui è ricoperta la città, un progetto che racconti quello che Bologna non è più e non sa se potrà tornare ad essere, tra l’altro in tempo di pandemia… quel progetto editoriale si fa con due paste e un cappuccino di budget.

Può persino diventare un successo. Perché è necessario. E quel che è necessario si paga.

Ma bisogna crederci. Bisogna avere voglia, prospettiva, persino un po’ di talento.

E buonafede, buonsenso. Passione per il buonsenso. E cuori, cervelli, meno rassegnati e grigi. E consapevolezza che i podcast non sono l’evoluzione della radio, ne sono un tassello. E vanno ancorati a un progetto editoriale concreto, se non si hanno i soldi di Amazon per lanciare produzioni nel cosmo in attesa di fare massa critica.

Dio vi stramaledica e Piero Santi, la cui morte ha fatto da sinistro presagio a questo macello, ve la faccia in testa prendendo la rincorsa da Marte.

Avete ucciso molto più che una radio. Avete danneggiato non solo chi vi ha sostenuto, ma tutta la comunità di cui fate parte. E ve ne vantate pure.

Grazie a chi ha fatto e ascoltato Radio Città del Capo, in tutti questi anni, la cui bandiera giace a terra coperta dalla polvere dello sticazzi.

Speriamo, dobbiamo sperarlo, che qualcuno prima o poi torni a impugnarla.

Meglio prima.

E buon Primo Maggio.

9 pensieri su “In morte di Radio Città del Capo: un classico disastro “di sinistra”

  1. RCDC era la mia radio quando ho abitato a Bologna. Era il naturale passaggio da Controradio di Firenze. Sorella a volte minore (solo per campanilismo) ma a volte maggiore per le voci che c’erano dentro. Peccato davvero.

  2. Vincenzo

    È una canzone che si potrebbe estendere alla storia delle tv legate alla sinistra. Nella Bologna di qualche anno fa ce n’era una dove ti recavi a fare telecronache di basket.

    • Ulrico H.

      Facciamolo, il mea culpa: ci siamo distratti, non li abbiamo stramaledetti subito. Ci siamo allevati in seno una economia e una cultura politica che con noi non avevano nulla da spartire. Sono cresciute e ci hanno mangiato. Speriamo almeno di imparare dagli errori…

  3. Il gruppo RCdCViva, una volta bruciati i ponti con quello che rimaneva di Radio Città del Capo, si è organizzato per la costruzione di una nuova radio – la Nuova Emittente Urbana o NeuRadio –

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