Di Rolex che non lo erano e regolamenti di conti: una riflessione

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Roman Pastore, candidato 21enne di Calenda, bullizzato dalla sinistra radical chic per un orologio – Il Tempo

Roman Pastore mentre presenta il suo slogan elettorele: “Amici ahrarara”

Funziona così. Un’utente Twitter né celebre né no esprime una valutazione sul giovane candidato di un partito “moderato”, ossia che l’importante orologio da lui indossato pubblicamente strida con le patenti di maleducazione sociale che la sua fazione attribuisce ai povery fruitori del reddito di cittadinanza.

Nulla di trascendentale. Una considerazione poco più che estetica che rileva una contraddizione in termini. Si può essere d’accordo oppure no. Io, per dire, non sono particolarmente d’accordo sul rapporto causa/effetto tra status sociale e messaggio politico, ma aprirei volentieri un dibattito pubblico sul senso dell’opportunità che il nostro ex centro ha smarrito da mo’, per sostituirlo con una spregiudicatezza ostentata assai.

L’utente in questione però è attenzionata. Fa parte suo malgrado di una squadra che squadra non è. Una lista di proscrizione che i “moderati” si passano nelle chat private ma spesso anche in pubblico, perché arrivino ancor più chiaramente a chi di dovere. Una lista di cui faccio parte pure io, pur avendo in passato discusso animatamente con la reproba, dalla quale mi dividono molte cose. Ma che non per questo disprezzo.

Siccome l’utente è un bersaglio, arriva la cavalleria. Prima viene circondata da una valanga di troll, secondo uno schema che ormai non ha neanche bisogno di essere scatenato dal leader (anzi: penso che il segretario del partito del giovane ne sia a suo modo inconsapevole) ma parte in automatico, innervato dagli intellettuali di complemento, le firme che smaniano un posto accanto alla gente che conta. Hai visto mai che arrivi la telefonata giusta. O anche l’aperitivo giusto nel posto giusto, dacché molto giornalismo politico è diventato uguale a quello sportivo: non critichi il barnum che ti dà il pane. E gli stuzzichini.

Infine appare la contraerei: l’irrilevante querelle sfonda sui media mainstream. Diventa tema centrale. Se ne parla, del tweet primigenio, come della prova che sui social esiste l’odio di classe. In Italia. Nel 2021. Si parla di sinistra “radical chic” (cioè elitaria) per deplorare la critica al presunto elitarismo altrui, in un cortocircuito curioso ma non infrequente. Gli stessi che davano dei brigatisti a chi non gradiva un estimatore di Pino Rauti all’archivio di Stato, o energumeni da social a gestire il Pnrr, naturalmente nel nome della libertà di espressione, ora chiedono un procedimento contro l’utente da parte dell’Ordine di cui fa parte. In ultimo, si inseriscono le parole “figlio di papà” nel dibattito e le si collegano alla prematura scomparsa del padre del giovane, in modo da attribuire alla nemica anche il vilipendio di salma.

E il cerchio si chiude: bolle virtuali che si nutrono solo dell’indicazione del nemico, spesso immaginario, gente che dalle peggiori Destre ha mutuato la diversione del dissenso su chi si ritiene in qualche modo ostile solo perché vagheggia flebili distinguo, attacca un tweet attribuendogli la bile di cui si pasce ogni giorno. E scatena insulti, minacce, il solito teatrino.

Non credo, non penso, che i giornali siano coscienti del gioco in malafede a cui si prestano. Mi limito però a rilevare lo sbilanciamento tra chi non ha rappresentanza, ed esprime le proprie opinioni giuste o sbagliate, in una manciata di caratteri, e di chi appoggia la propria narrazione intossicante su chi, dandole spazio e ufficialità, la legittima.

Non è un caso solo italiano, quello dei partiti che annichiliscono il dissenso giovandosi delle loro consuetudini coi media ufficiali.

Da qui a dire che sia qualcosa di civile, addirittura di democratico, però, ce ne corre.

2 pensieri su “Di Rolex che non lo erano e regolamenti di conti: una riflessione

  1. Paolo Zanghieri

    Giusto. Ma anche il possessore di orologio è stato ricoperto di insulti dopo essere stato attenzionato. L’unica soluzione che mi viene in mente è lasciare perdere Twitter, ma mi rendo conto che è un po’ drastico. Il giornale da cui ti sei spintaneamente separato ha dato molto risalto alla notizia, pretendendo di farsi pagare per leggere l’articolo. Il che mi sembra una resa tristissima alla logica del gioco al massacro.

  2. Luca P.

    Ho seguito molto bene la vicenda.
    Ti ho letto con interesse.
    È molto bello anche il pezzo scritto dalla Lucarelli nei social.
    Quest’area finto-moderata che ostenta una cultura che non ha, vive nello sfoggio come messaggio politico è pericolosa: usa gli stessi metodi “Boffo” della Destra cui sta facendo da utile apripista.
    Il messaggio è pericoloso: chi tocca gli yuppies renziani calendiani verrà massacrato, ovviamente spostando l’attenzione dal Merito della questione, perché sanno che lì perdono.
    La loro solerte truppa manganellante ha quindi l’occasione per sfogarsi, ben innescata dai politichini di turno.
    È una vergogna.

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