Io non so

Standard

Il 14 novembre 1974, sul Corriere della Sera, Pier Paolo Pasolini scrisse un indimenticabile articolo sullo stragismo nero. “Io so”, diceva. Sapeva tutto ma non aveva le prove. Conosceva i mandanti, gli esecutori, i motivi che per tutto il Dopoguerra avevano reso l’Italia, già travicello basculante tra nazisti e alleati, un fuscello altrettanto esposto tra i due blocchi della Guerra Fredda. Di quello sconcio oggi conosciamo molto, ma non tutto. Che la bomba alla stazione di Bologna fu pagata a Gelli in dollari, ad esempio, è notizia recente. Ma ne siamo tutti figli. Si deve anche a quell’Italia sotto schiaffo, troppo solida, vista da Wahsington, per un golpe alla greca, o alla cilena, troppo fragile per lasciarla in mano al Pci, che nella memoria della Sinistra, in realtà molto più prossima alla nostalgia, serpeggia un doppiopesismo faticoso. Come se quel “E allora Baghad?” fosse davvero un “E allora le Foibe?” di valenza uguale e contraria. Uno scempio usato per giustificarne un altro. L’invasione che va combattuta e condannata – e lo facemmo – quando è perpetrata dagli americani, ma va contestualizzata se è russa. Giammai giustificata, almeno in premessa. Ma capìta. Circondata dai distinguo.

L’altra sera, nella sua prossemica televisiva sempre efficace, sospesa tra palco e realtà, Michele Santoro rimproverava a Zelensky un piano “segreto” per riprendersi la Crimea. Attaccava cioè il leader ucraino perché ambiva a riconquistare una parte del suo territorio occupata dai russi. Come il Donbass. Con lo stesso schema visto in Ossezia, in Transnistria, eccetera: esercito senza insegne, sobillazione al separatismo, fornitura di armi, referendum confermativi ridicoli, eccetera. Alla domanda sul perché in Iraq chiedesse agli americani di fermarsi e a Putin oggi no, Santoro rispondeva che sono gli ucraini a doversi arrestare. Circoscrivendo l’ambito pacifista all’interno del proprio ego. Non senza qualche danno. Dacché un conto sono Francesco, la Marcia Perugia-Assisi, le associazioni senza bandiere come “Un Ponte Per”, i singoli cittadini che si offrono come scudi umani per andare in Ucraina a testimoniare sul campo la propria volontà concreta di “cessate il fuoco”. Un conto, un altro, è annacquare torti e ragioni non già del conflitto, ma di ciò che l’ha generato, ripetendo all’infinito quello che, appunto, sappiamo: l’Ucraina non era Fantasilandia neanche prima, Zelensky non è Gandhi, il battaglione Azov era morchia che riluce solo in virtù delle bombe altrui. Verità intangibili, che non spostano il confine tra vittime e carnefici o, come dicevamo di Bush padre e figlio, tra imperialisti e invasi. Dacché con lo stesso metro, la Slovenia potrebbe attaccare Trieste domani per defascistizzarla e, già che c’è, arrivare fino a Milano. Poi si vede.

Noi che eravamo pacifisti allora e lo siamo anche adesso, e ogni giorno sperimentiamo il disprezzo di chi sa, o crede di sapere, come uscirne, ma poi non lo spiega mai, viviamo uno stato d’animo che, insieme al talento imparagonabile, il lucore intellettuale, l’intelligenza, la cultura, ci separa anni luce da Pasolini. Noi non sappiamo.

Io non so. Non so come rispondere alla domanda su quale sia l’alternativa a sostenere la resistenza ucraina anche con le armi. Non so come l’Italia possa risultare meno ancillare a Washington, dacché sembriamo addirittura anticipare i desiderata americani, che sembrano confusi e muscolari come solo gli Usa sanno essere in politica estera. Non so perché a livello europeo non siamo stati capaci di una sola iniziativa autonoma, ad esempio sulle sanzioni, magari facendo quello che all’attuale Governo proprio non riesce: comunicare.

Romano Prodi impose una tassa per l’euro e la restituì, dopo aver spiegato agli italiani cosa intendeva fare. Qui si parla per battute sui condizionatori e non si racconta perché dovremmo spegnerli. E se la risposta fosse un’accelerazione? E se diventassimo noi la locomotiva di un convoglio che la Germania trascina in direzione opposta? E se trattassimo il Paese da adulto spiegando i benefici e i costi di quello che accadrebbe mollando il gas russo a passi più forzati degli altri? Magari Confindustria no, ma parte degli italiani capirebbe. Quella che tiene in piedi il Paese e sa riconoscere l’emergenza. Come accadde agli albori del lockdown. Quella che nei sondaggi dice no alle armi e quindi avrebbe da essere conseguente.

Non so come dare gambe alla mia confusa volontà di pace, alla speranza nella diplomazia, dacché la diplomazia per Putin è qualcosa che si bombarda. Non so, non ho la soluzione, non riesco a difendermi nemmeno sui social network dagli eserciti contrapposti di chi “vuole vincere e stop”, come se fossimo a una specie di Champions che si chiude al triplice fischio, senza conseguenze, si alza la coppa e via, e da quelli che vedono nella resa ucraina la sola via d’uscita. E se non sei d’accordo, sei un fascista: “Togli quella bandiera della Pace al profilo, ridicolo”.

Non so. So solo che sulle armi agli ucraini è del tutto legittimo discutere. Ma anche che se decidessimo di chiamarci fuori militarmente dal loro destino, al netto di cosa potrebbe poi succedere a moldavi, Paesi baltici, chissà chi altro, che restano a rischio anche e soprattutto se chi urla “vincere!” poi non vincerà, dovremmo farlo perché convinti che esista un’alternativa percorribile. E percorrerla, davvero, perché la riteniamo fattuale. E non perché la rivalsa di Putin verso gli errori dell’Occidente in fondo ne giustifica i mezzi.

Questo, lo so, sarebbe sbagliato. O almeno credo.

9 pensieri su “Io non so

  1. Giuliano Marconi

    I tuoi “non so” che in larga parte sono anche i miei credo contengano implicitamente alcune domande. Allora, io credo che quella sia la via giusta per arrivare ad una decisione/soluzione rispetto al quesito che ci si è posti e di sicuro migliore rispetto alla via di quelli che partono da una affermazione.

  2. Rossana Zanasi

    Io voglio la pace ma non sono pacifista. So che da un dittatore da un invasore non ci si riesce a difendere mettendo dei fiori nei nostri cannoni. So che hanno ragione gli ucraini: se Putin smette di combattere finisce la guerra, se l’Ucraina smette di combattere finisce finisce l’Ucraina. So che le guerre moderne hanno come obiettivo la popolazione civile per fiaccare la resistenza dei popoli, che devono distruggere le strutture economiche (il valore misconosciuto dei partigiani italiani che hanno difeso le fabbriche dallo smantellamento e dai bombardamenti). Perciò penso che ogni minuto dei leader mondiali dovrebbe essere speso nella pressione per convincere e costringere Putin a trattare. Non si può essere pacifisti per non essere coinvolti, “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”

  3. gianfranco benzoni

    L’unica certezza è che siamo su un crinale pericolosissimo e che bisogna pesare le parole perché parlare senza collegare mente e parola porta solo a non ascoltarsi e pesare le azioni perché rischiano di srotolarsi come una valanga sotto la quale non rimarrà niente.

Rispondi