La resa di Macerata

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La rinuncia di Cgil, Anpi e rispettabile compagnia alla manifestazione di sabato a Macerata è una ferita politica difficilmente rimarginabile.

Non tutte le manifestazioni sono uguali.

La Costituzione stabilisce che ognuno può perorare le proprie idee in gruppo, ma anche che l’apologia di reato e del fascismo violano il codice penale. Ergo: gli striscioni di Forza Nuova per Traini non sono una questione di ordine pubblico e vanno perseguiti. E una sfilata di fascisti per Macerata andrebbe sciolta, non “governata”.

Invece no: democratici e autoritari finiscono piallati, nell’immaginario, in due curve uguali e contrarie, entrambe legittime. E gli antifascisti, probabilmente per mero calcolo elettorale, vengono messi sullo stesso piano di chi inneggia a una dittatura efferata.

È il portato del senso comune, sempre più a destra, che ha preso il posto del buon senso e dei quattro valori in croce da cui è nata questa claudicante repubblica.

Generalmente in certi casi ecumenici si invita a non esibire i simboli di partito. Se questa manifestazione si fosse fatta, i simboli andavano invece portati tutti. Per contarsi. Per contare chi crede al primato dello Stato sulla giustizia fai da te.

Finisce invece che si lascia il campo a chi si autorganizzerà, andrà comunque, e molto più facilmente rischierà di cadere nelle provocazioni di chi è stato sdoganato nei talk-show ma sempre un fascista violento resta.

Mentre Minniti spiega che, nel caso, l’avrebbe vietata lui. E viene il dubbio che ai diretti interessati l’avesse comunicato in anticipo.

Un autogol da centrocampo.

Anzi: un autogolpe.

Agguato di Macerata, perché Salvini è innocente

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Datemi retta, non è colpa di Salvini.

Salvini non crede a una parola di quel che dice. Da giovane era comunista. Poi è diventato padano perché tirava l’articolo (quello di Bossi, nello specifico). Adesso picchia sui neri per sfruttare quella bella arietta di fascismo ritornante che tanti voti può, a breve, cagionare. Se domani si scoprisse che è necessario il voto gay, mollerebbe la sua celebre compagna per dichiarare che gli piace il cazzo.

E non ci sarebbe nulla di male.

Salvini è un prodotto, persino lui.

Di quella sottocultura creata ad arte dal tizio che oggi tutti acclamano come possibile travicello delle larghe intese.

Quando non c’erano i social, a fare da collante per le paure (indotte) degli italiani furono Silvio Berlusconi e la sua artiglieria informativa. Fino ad allora, la famosa maggioranza silenziosa cercava quantomeno di capire, prima di berciare. Votava Dc per elaborare il crapone di Predappio senza dover abiurare alcunché.

Poi l’uomo dal sole in tasca capì che le tette e i culi bastavano per alimentare i bilanci di Publitalia. Non per vincere (non ancora) le elezioni. Il Tg4 e le interviste di Medail fecero da apripista all’emergenza permanente che ha titillato l’autoritarismo inconscio e saldato quello palese. E siccome in Italia c’è gente che pagherebbe per vendersi, il tradimento di Vittorio Feltri ai danni di Indro Montanelli diede la stura a una nuova genia di “intellettuali” di complemento. Quella dei Belpietro, dei Mario Giordano, dei Socci, quelli più paraculi alla Porro. Il modello giovanile alla Toti, col suo Studio Aperto che per anni ha portato la Colombia alle porte di casa. Quello anziano di Fede. Naturalmente Del Debbio, che non a caso scrisse il primo programma di Forza Italia e conduce tuttora l’ultimo.

I Ferrara, anche. I cui epigoni oggi ostentano filo-renzismo fuori tempo massimo per preparare il terreno al grande rassemblement che tutto ottunderà. Se prima Salvini non avrà chiuso il contratto coi Cinque Stelle.

Facebook e compagnia hanno fatto il resto mettendo in contatto scemi del villaggio e odiatori ad minchiam, forgiando una nuova genia di persone che rivendicano autonomia intellettuale e pensieri fuori dal coro con lo spartito ben saldo nelle mani. Anche loro, prima si vergognavano. Ora condividono l’unico neurone e innervano la spina dorsale rancorosa che rappresenta una specificità un tempo tutta italiana e oggi popolarissima anche Oltreoceano. Basta sostituire “Dalla vostra parte” o “Mattino Cinque” con Fox News.

Ad armare la mano del tizio di Macerata, con la sua bella runa in fronte, è stato tutto questo. Il vittimismo di popolo che sempre sostiene le svolte autoritarie. Lo sdoganamento del disprezzo razzista, riversato direttamente su obiettivi più deboli, in una parodia delle logiche da stadio che non a caso ne fanno da incubatore. Laddove il fascismo diventa marchio, citazione, orgoglio di qualche giocatore, linguaggio, tratto grafico sulle maglie da gioco, nelle pubblicità, negli striscioni, nell’estetica. L’eterno anarchismo tricolore che considera rivoluzionario un “vaffanculo” in curva o tenere l’Iva per se stessi. Un sovrapporsi di concreto e impalpabile la cui epifania marrone è racchiusa nella parola “buonismo”.

Ieri, al culmine di un’analisi che credo mi avrebbe invidiato anche Umberto Eco, ho scritto che i latori del termine “buonismo” sono al 99,99 per cento sontuose teste di cazzo. Un commento mi ha illuminato: “La usano per autoconvincersi di essere nel giusto, perché secondo me dentro di loro sanno che l’odio è sbagliato”.

Possibile.

Solo che quando disponi di una pistola diventa anche molto pericoloso.

Del perché lo Ius Soli conveniva pure a voi razzisti

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Siamo nel 2017, quasi 2018.
Gli italiani trombano meno e non fanno figli.
Gli stranieri sì, perché notoriamente si sobbarcano i lavori che noi non vogliamo più fare.
Quelli con un lavoro in chiaro – la minoranza: i padroni italiani preferiscono il nero solo quando è di cassa – versano soldi per le nostre pensioni.
I figli degli stranieri vanno a scuola coi nostri. Parlano la nostra lingua. Imparano la nostra cultura. Grazie alla vituperata istruzione pubblica, pagata coi nostri soldi (e non con quelli che fanno il nero di cui sopra) diventano come noi. Ammesso che sia un vanto.
Hanno gli stessi nostri doveri, ma non gli stessi diritti.
Ora mettiamo da parte per un attimo la banale questione di civiltà per cui tutti gli esseri umani dovrebbero avere le stesse opportunità, quella è roba ideologica per noi zecche rosse.
Facciamone una questione speculativa.
Se lo Ius Soli fosse passato, se avesse cioè superato l’ignavia Pd, lo sbarramento delle Destre, il paraculismo grillino, tutti interessati a quattro voti e non al merito del procedimento, avrebbe regolarizzato 800.000 minorenni figli di stranieri.
Una minoranza dei quali musulmani.
Ora, con l’arietta che tira, vorrei fare una domanda tecnica agli ideologi dell’esclusione: è più a rischio-radicalizzazione un islamico preso a calci in culo o una persona che si sente integrata e difficilmente attaccherebbe la propria comunità?
Conferire pari opportunità a chi è già qui, a tutti i livelli, sarebbe o no un potenziale antidoto alla marginalizzazione che ci ha regalato i terroristi belgi e francesi di seconda generazione?
Vi auguro di non scoprire la risposta quando salteremo per aria per colpa di un ragazzotto cresciuto in Italia ma trattato come uno scarto.
Babbei.

Esclusivo: i nomi dei mandanti della testata all’inviato di #Nemo

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Ma che davvero?

Ma davvero i politici, dal Pd a Casapound, passando per i Cinque Stelle, esprimono solidarietà al giornalista di Nemo pestato da uno Spada a Ostia?

Ma davvero la politica per cui la disintermediazione è l’unico obiettivo, quelli per cui ogni domanda è un fastidio, la classe dirigente che taglia fuori ogni voce critica, si stracciano le vesti per l’aggressione?

Ma davvero un Paese di ultrà, per cui i cronisti vanno bene solo se rompono i coglioni agli altri, si permette di solidarizzare per questo gesto violento e fascista?

Quelli del giornalista del giorno sul sacro blog?

Quelli del satiro del giorno?

Quelli che Federica Angeli era il problema di Ostia, e non i clan che la governano da anni?

Quelli che “non ci occupiamo di tv” e poi se sgarri (e lo sgarro è una domanda, un invito sgradito, il giornalista sbagliato) migrano verso chi credono più affidabile?

Quelli del “cosa ci fareste in macchina con la Boldrini”?

Quelli che prima di accettare un’intervista pongono condizioni, vogliono scegliersi gli interlocutori, se possono agiscono per farla pagare a chi non si adegua?

Quelli che in ogni titolo vedono un complotto?

Quelli che in ogni articolo si chiedono pubblicamente a chi giova, lasciando intendere che l’informazione è tutta di parte o prezzolata?

Quelli che “giornalai”, “giornalisti terroristi”, “non giustifico ma di fronte a tanto odio…”.

Quelli “la classifica sulla libertà di stampa” e poi quando si scopre che il pericolo sono loro se la prendono con la classifica?

Dice: ma ci sono giornalisti orribili. Certo che ci sono. Ci sono giornalisti venduti. Ma è ovvio. Ma cristosanto: siamo in Italia, la gente vota i mafiosi sapendo che lo sono, i cittadini che fanno il loro dovere passano per coglioni, e la stampa dovrebbe essere l’unica categoria intonsa?

La differenza è che il tesserino che ho in tasca mi fa ancora più incazzare, quando qualcuno si prostituisce o viola la deontologia. Lo sento mio. Ne sento la responsabilità. Ed è per questo che quando posso lo denuncio a gran voce.

I politici, i loro elettori che cercano capri espiatori, la pletora del “fatevi i cazzi vostri” che da battuta di un comico diventa gonfalone sotto la bandiera, badano a difendere i loro.

In Italia ci sono così tante caste che quella della stampa è una goccia nel mare. E andrebbe combattuta quando non fa il proprio lavoro.

Ma non è così. Al 99 per cento i giornalisti vengono perseguiti non quando leccano il culo, ma se non leccano il proprio. Quando fanno il loro dovere.

Così la curva, alla testata, esulta. Ammaestrata da chi il potere ce l’ha davvero e per meglio governare il consenso si finge uguale agli ultimi, e li unisce contro chi racconta. Da Trump in giù.

La testata all’inviato di #Nemo non sarà l’ultima, in questo climaccio in cui i politici (e a spesso anche alcuni opinionisti) vellicano i bassi istinti, il senso comune, per una manciata di voti o qualche copia in più.

Ma prima di twittare solidarietà, chiedetevi se avete fatto qualcosa per evitarla.

Perché altrimenti, alla prossima, i mandanti saremo stati noi.

Del perché Asia Argento avrebbe fatto bene a non denunciare, ma non per il motivo che pensate voi

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Lo sciabordio di letame che ha avvolto Asia Argento dopo le sue dichiarazioni su Harvey Weinstein ha scatenato un dibattito sul confine della molestia: fino a quanto si può aspettare per denunciare? Acconsentire significa complicità? È incoerenza trarre vantaggio professionale dal proprio corpo e poi lamentarsene?

Al di là del merito, nel quale entro tra poco, segnalo che la discussione sposta su un piano intangibile le stesse chiacchiere da bar che buona parte del Paese, non solo quello munito di prostata, attiva automaticamente in caso di stupro: quanto deve essere lunga la gonna per non configurare provocazione? È ammissibile tirarsi indietro dopo aver incoraggiato il maschio di turno? Ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato manleva in qualche modo l’aggressore?

Il prestigioso contributo del compagno Betulla

Stupro e molestia sono situazioni diverse ma confinanti. Assecondare un aggressore per uscirne senza danni fisici non è troppo diverso da cedere a quello che potremmo chiamare maschilismo ambientale. Il contesto fa la differenza. Ed è un contesto che gli uomini dovrebbero considerare, far proprio, attribuendosi una vergogna di genere che ci aiuterebbe quantomeno a non violentare la ragione.

Posto che quella subita da Asia Argento è stata verosimilmente una violenza vera e propria (qui è spiegato bene) la questione è, anche, un’altra. E attiene al sistema. Se Hollywood (Hollywood: non Cinecittà) è un luogo in cui le parti si assegnano per questioni di letto, possibilmente imposte, perché non dovrebbe accadere nell’ufficio accanto al nostro? O nel nostro, anche?

Harvey Weinstein

Il potere è una bestia bruttissima. Accende un domino di relazioni rispetto alle quali quasi nessuno può dirsi innocente. Ma deprivando l’atto dai protagonisti, forse avremo una visione più chiara. Il punto non sono neanche il produttore erotomane e le molte sue vittime. Il punto è ciò che li genera. Cioè un sistema misogino radicatissimo che porta ad additare chi subisce e giustificare chi impone. Asia aveva paura di denunciare: gli insulti che l’hanno colpita dimostrano che non sbagliava.

Cominciare a smontare quel sistema è un piccolo dovere morale che tutti noi, popolo di “solo braghe” dovremmo portarci appresso. E anche molte donne. E, anche, chi si crede portatore di una cultura progressista (non dico la parola “sinistra” perché porta sfiga) ma poi concede le attenuanti al maiale e conta quanti amanti, tatuaggi o denari abbia avuto chi ne ha subito le avance.

Voi di sinistra, fate finta per un attimo che le donne siano migranti. Personalmente non ho mai schiavizzato nessuno e non ho sfruttato l’Africa. Ma la mia gente sì, ed è per questo che a ogni naufragio mi sento in colpa. E cerco di diffondere un minimo di cultura dell’accoglienza. Per ogni donna offesa, sul divano di un produttore, su una spiaggia, su un giornale, dovremmo cominciare a essere altrettanto sensibili. O almeno provarci.

Perché, non so come dirvelo, non si stuprano o molestano nemmeno quelle che vi stanno antipatiche.