Perché non possiamo dirci rosiconi

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Ieri ho scritto un post sul linguaggio di Matteo Renzi che è stato, con mio grande piacere, abbastanza letto e commentato.

Dicevo, sunteggio, che un Presidente del Consiglio non dovrebbe – parer mio – usare termini come “gufi” e “rosiconi” perché sono categorie arci-italiane antiche e piuttosto tossiche. Dimenticavo di aggiungere che entrambe vengono dal calcio. Dal nostro calcio.

Io sono tifoso. Non dovrei, perché è tutta una (stranota) questione di miliardari svagati. Però c’è quella vecchia storia del fanciullino da tenere in vita, e dunque così sia. Per soprammercato, tifo una squadretta. Che sta per retrocedere. Stavolta, a differenza di qualche campionato moggiano fa, persino meritatamente.

La mia squadretta, presieduta da un immobiliarista senza scrupoli, allenata da un incrocio tra un ausiliario della sosta e un muro di gomma, composta da giocatori mediocri e di poco cuore, è stata giustamente sconfitta dalla Juventus. L’arbitro è stato mediamente casalingo, forse poteva pure ammonire Pogba, forse poteva farlo un paio di volte, ma insomma, se non tiri mai in porta e ti nascondi dietro i tuoi limiti sperando che non grandini, prima o poi la pera la subisci. E perdi. Ed è giusto così.

Dopodiché, mentre il pallone volava verso l’area bianconera a 7” dalla fine, nella speranza di uno stinco misericordioso che lo rimpallasse in rete, il direttore di gara ha fischiato. In anticipo. Mentre Conte si sbracciava perché ciò avvenisse. Ora: il Bologna (la squadretta è questa) non avrebbe segnato neanche proseguendo a oltranza, e neppure sostituendo la porta con l’ingresso di un hangar. Però in quel triplice fischio precoce m’è parso di intravvedere un altro germe di italianità: evitiamo casini, portiamola a casa.

Secondo me l’arbitro ha ubbidito. Ma non a Conte: al Razzi che era dentro di lui. Fatti i cazzi tuoi, non rischiare, evita rotture di maroni.

L’ho scritto su Fb.

E’ partita una litania di oltre cento commenti. “Ti stimo, ma non devi parlare di calcio”. “E’ bello vederti rosicare come un tifoso qualunque”. “Non devi parlare di Juve”. “Però lo scudetto di cartone…”. “E allora l’Inter?”. “Ma le sentenze non dicono la verità…”. Eccetera.

Un po’ ho risposto, un po’ no. Cercavo di spiegare che non era in ballo la Juventus, parlavo di noi. Che non mettevo in dubbio quella giusta sconfitta, anzi. Tra l’altro avevo appena deriso i miei presunti beniamini in lungo e in largo. Niente. Non c’è stato verso. Che poi, certo, è possibile che in me alberghi lo sconforto di chi mai più vedrà, in tutta la vita, l’ombra di un successo, perché qua non siamo negli Usa, l’equità competitiva non è un fine in nessun campo e figuriamoci nello sport, e quindi il meccanismo prevede quattro/cinque grossi club e una miriade di sparring partner che vengono trattati ogni domenica come carne da cannone. Dai media, dagli arbitri. E hanno mille ragioni di lamentarsi.

Ma stavolta no. Stavolta da lamentarsi non c’era nulla. Se non che in Italia c’è gente che “che schifo Berlusconi, le sentenze si rispettano”. Però poi “gli scudetti sono 32, rosicone”.

Per dire: quando il Bologna finì in mezzo alle scommesse, ero molto incazzato. Ma non coi giudici. Con chi ometteva denunce, magari la scampava pure, ma intanto aveva lordato i miei colori d’infanzia.

Però va bene, non c’è problema.

Soltanto era, la mia, una semplice considerazione complessiva su come siamo a queste latitudini. Coerente, credo, con ciò che affermo tutti i giorni in altri campi. Raccogliendo, negli altri campi addirittura qualche consenso, anche da quelli che poi mi dicono “ti ascolto sempre ma quando parli di calcio…”. Persino in posta privata.

Non parlavo di calcio.

Lo usavo – credo di non essere il primo – come metafora.

Dovessi parlarne, direi che adoro Pirlo. E mi piace moltissimo Pogba. Un po’ falloso. Ma ha fatto un gran gol. Ed è un gran bel giocatore. E ieri sera il risultato è stato ineccepibile.

L’ho già detto? Repetita Juventus.

Ah, Forza Bologna.