Dieci cose che abbiamo imparato da Freak Antoni

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Come scriveva ieri il mio amico Paolo Soglia, ero un pubblico di merda. Amavo Freak e gli Skiantos sgangheratamente. Avevo i suoi libri. Lo seguivo dacché s’era spretato e riaccasato con Alessandra Mostacci. Però non voglio parlare di me, come si fa quasi in tutti i ricordi post mortem. Voglio parlare di lui, maestro incidentale, e delle cose che ci ha insegnato. Una decina all’incirca.

10) Che questa città può essere capitale. Può essere sangue che pulsa e si rincorre nelle vene, e se non è solo sangue in fondo poco importa. Eravamo l’avanguardia. Eravamo il demenziale. Eravamo il punk. Eravamo lui e gli Skiantos.

9) Che Bologna ha un’altra stella da mettere in via Orefici (a proposito: e Dino Sarti?). Ma non basterà. A Seattle c’è un bellissimo museo quasi no global sul rock, sul grunge, sui Nirvana. Noi dovremmo aprire, qui e ora, quello del ’77. Lo sporco, geniale, violento ’77: da Pazienza a Lorusso, passando per Freak. Che ne riderebbe, a vedersi sotto teca.

8) Che a suonare, e cantare, s’impara. Ma non serve. Gli ultimi Skiantos (grazie anche a quel grande chitarrista che è diventato Fabio Testoni-Dandy Bestia) erano signori musicisti, grandi esecutori. Ma poi finisce che ami “Eptadone”, o la versione di “Fischia il vento” con la chitarra che stecca. Persino quel (brutto) inno del Bologna. Perché Freak era l’imperfezione ostentata. L’ostentazione dell’imperfezione. La sua perfezione.

7) Che educare al paradosso, al ribaltamento, a un’idea postmoderna di teatro canzone, non era un’esclusiva gaberiana e anzi, qui da noi, tra un ortaggio lanciato verso il palco e un vaffanculo, avevano trovato un modo meraviglioso di arrivare al mare.

6) Che puoi scrivere mille pezzi decisivi (i miei cinque preferiti: “Gli italiani son felici”, “Vacci piano con la droga”, “Sono un ribelle, mamma”, “Karabigniere blues”, naturalmente “Makaroni”) ma poi in radio passano solo “Mi piaccion le sbarbine”. E forse è giusto così. Altrimenti Freak non avrebbe potuto festeggiare, orgoglioso, “38 anni di insuccessi”.

5) Che non c’è da vergognarsi a essere poeti. Alti. Eterei. Basta sporcarsi le ali come faceva Freak. Il nostro Bukowski.

4) Che i geni non temono di farsi deprivare del copyright. “La fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo”. “Toccato il fondo, a me capita di cominciare a scavare”. “A volte il fumo è meglio dell’arrosto”. “Mangiate merda: miliardi di mosche non possono sbagliarsi”. Sono nel repertorio comico di chiunque. Perché Freak era e sarà repertorio dell’umanità.

3) Che perdere può essere bellissimo. E c’è da sperarlo, che lo sia, visto che succede spesso. Che una sconfitta rotonda, assoluta, tempestiva, definitiva, è un atto epico e va celebrato. Esattamente come la morte.

2) Che siamo tutti figli suoi. Bolognesi e non, artistoidi e non, consapevoli e non. Soprattutto e non.

1) L’ultima cosa che ho imparato no, non c’è. Perché anche questo ricordo, che non è bello come avrei voluto, forse diventa meno banale se finisce senza una chiusa, senza una frase inutilmente roboante, senza retorica. Qualcosa che, se ci fosse, suonerebbe più o meno così: “Signore dei dischi, abbi cura di Freak”.

Uscito sul Corriere di Bologna