Nessuno ci può giudicare: la lettera della precaria a Repubblica

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L’altro giorno mi è arrivata una multa dal Comune di Rovigo per aver superato il limite di velocità, tolleranza compresa, di un chilometro. Uno. In tangenziale.

Ne ho fatto un post su Facebook ringraziando ironicamente i latori della contravvenzione. Qualcuno mi ha fatto notare che faccio il precisino in lungo e in largo e che quindi non potevo lamentarmi. In realtà io mi lamentavo della sfiga, non della regola. Ma i miei censori avevano ragione.

Perché mi stavo comportando, o comunque ne davo l’impressione, da italiano-tipo. Che non vuole farsi giudicare. Che non ammette un ente terzo (in questo caso un autovelox) deputato a segnare un limite. A certificare che di là non si deve andare. Fosse anche di un chilometro. Perché se per graziare me alziamo il tetto a 71 all’ora, ci sarà uno che prende la multa a 72 e chiederà maggiore elasticità. E così via.

Naturalmente è un’ipotesi di scuola.

Ecco, la scuola. Leggevo stamattina la lettera a Repubblica di un’insegnante che ha rifiutato l’allettante possibilità di lasciare il suo posto da precaria a Napoli per trasferirsi a Pordenone. Che raccontava della sua Laurea col massimo dei voti, dei suoi 13 anni di flipper tra le scuole, delle classi da 34 che basterebbe dividere a metà per creare veri posti di lavoro, del fatto (pochi lo sanno) che le assunzioni di Renzi ottemperano semplicemente a un diktat dell’Unione Europea contro i lavori a tempo determinato, che però Renzi ottempera a quel diktat in modo furbesco perché costringe molti a dire di no, mentre i più qualificati vengono spostati in massa al nord e al sud restano insegnanti meno bravi e con meno esperienza, eccetera.

Quell’insegnante ha sentito il bisogno di scrivere a Repubblica perché lo storytelling renziano dipinge lei e i suoi colleghi come una manica di fannulloni che non accettano l’occasione della vita. Le rimprovera l’uso del termine “deportazione”, perché associato a una tragedia della Storia, come se essere spostati di centinaia di chilometri per mille euro al mese fosse un pranzo di gala.

Le parole sono importanti: deportazione significa essere costretti a cambiare casa contro la propria volontà. Pena, in questo caso, la perdita del posto fisso. Quello è. E solo quello. Nessuno sano di mente può pensare che il ministro Giannini sia Himmler.

Lo stesso storytelling identifica gli insegnanti come nemici perché questo crea consenso. Sono statali (il male), spesso sono addirittura meridionali (che vergogna) ma soprattutto giudicano. Danno voti. Si permettono di insegnare ai nostri figli. Scelgono. Incarnano un’autorità.

Colpirli fa figo. E apparentemente non costa nulla.

Invece.

Certo, ci sono professori orribili. Un reale principio di meritocrazia dovrebbe e potrebbe relegarli in condizione di non far danni. In caso di malafede, dovrebbe portare a licenziamenti. Ma è molto più comodo tenerli nel mazzo per colpire l’intera categoria. Spedire qualcuno lontano da casa senza poter provvedere a se stesso (ce l’avranno un marito, una moglie, dei figli, questi precari che snobbano la vincita al Totocalcio) indebolisce un’intera categoria. Innesca negli studenti, o la rafforza, la convinzione di dover essere gestiti da morti di fame masochisti.

Non è un caso se nello stesso storytelling i giornalisti che si permettono una virgola contraria al governo sono gufi e rosiconi. Non è un caso se Renzi, Grillo, Berlusconi, additano un cronista per educarne cento, e quando possono agiscono concretamente per tagliar loro le unghie. Non è un caso se questo governo spiega che il parlamento non è un passacarte dei giudici, e se quelli precedenti cercavano in tutti i modi di disinnescarli e soggiogarli. Certo, nel caso di Forza Italia c’erano anche impellenti necessità di protezione del proprio fondoschiena. Ma la ratio è un’altra: assecondare il senso comune dopo aver contribuito a crearlo e fortificarlo.

Un senso comune anarcoide che non ammette giudici. E fa di tutto per indebolirli agli occhi di chi poi voterà secondo coscienza. Purtroppo.

Anche per questo, io la multa l’ho già pagata.

Certo che per un chilometro all’ora…

15 pensieri su “Nessuno ci può giudicare: la lettera della precaria a Repubblica

  1. Marcello

    Sara pure come dici e premesso che a me renzi non piace per niente ,io metalmeccanico specializzato quando qui a latina e dintorni non c’èra lavoro, ho fatto la valigia e sono andato in quel di verona a guadagnare quello che spendevo per vivere pur di non stare senza far niente. Esiste il libero arbitrio se si vuole si va oppure no ma non stiamo qui a lamentarci che poi non si lavora. Non facciamo i soliti italiani buoni solo a lamentarci e a non voler pagare lo scotto delle nostre scelte.

    • sissimarina

      Sono convinta che se “Marcello” fosse stato “Marcella”, e putacaso avesse avuto marito e figli, spostarsi da Latina a Verona non sarebbe stata per niente una scelta cotta e mangiata. Ché per le Marcelle, metalmeccaniche o docenti, impiegate al catasto o parrucchiere, andare a vivere a 500 chilometri dalla propria famiglia comporta ben altro che aver coraggio: implica lasciare un nucleo familiare ad arrangiarsi senza il suo apporto di rifacitrice di letti – stiratrice – lavandaia – rigovernatrice di piatti – spolveratrice – spazzatrice – preparatrice di pranzi cene e colazione – compilatrice di liste della spesa – portatrice di pacchi del supermercato – riempitrice di frigoriferi – pulitrice di cessi eccetera eccetera eccetera…

      • Simone

        È un bel chissenefrega non ce lo mettiamo? Io faccio i letti, preparo la colazione, il pranzo, lavatrice, faccio la spesa ecc ecc… Al pari di mia moglie. Quindi puzza di alibi, di scusa retrograda. La famiglia tradizionale è morta. La necessità di lavorare per tutti e due è ormai un fatto conclamato. E quindi ci si organizza. Se “marito e figli” non sono d’accordo si arrangino

        • Saro

          Ma il punto mica é l’uomo o la donna o (santo dio) la famiglia tradizionale.
          Il punto é la famiglia e basta.
          Come fate a non avere un minimo di empatia, rinuncereste così a cuor leggero a vostra moglie o ai vostri figli pur di lavorare e basta?
          É la stessa storytelling (pee citare Bottura) dei giovani che rifiutavano i lavori ad expo.
          D’altra parte il progetto é abbastanza chiaro: eliminare la dignità dei lavoratori foraggiando queste guerricciole tra poveri.
          Che pena ‘sto paese.

  2. maurizio

    Quello che non piace degli insegnanti non è che giudichino, ma che nessuno giudichi loro. Infatti questo è l’aspetto più controverso della riforma. Tutti siamo giudicati, se siamo dipendenti dal nostro capo, se siamo imprenditori o liberi professionisti dai nostri clienti, cioè dal mercato. Anche i politici sono giudicati, attraverso il voto, anche se si cerca di evitarlo con le liste “bloccate”. Tutti siamo giudicati meno due categorie, gli insegnanti e i magistrati. A cui aggiungerei i poliziotti, a meno che non si macchino di delitti gravi. Gli insegnanti che non vogliono accettare un trasferimento sono liberissimi di farlo, come gli altri lavoratori, ma non è che possiamo spostare dal nord al sud gli studenti.

    • Guido

      Quante cose inesatte e quante banalità in un solo post. Qualcuno giudicherà anche te per la superficialità dell’analisi. Il problema come sempre è molto più complesso. Aveva ragione Nanni Moretti: ve lo meritate Alberto Sordi!

  3. Simone

    Un amico caro di Roma è partito, armi e bagagli, per Milano, lasciando a Roma moglie e 2 figli. Io sono stato fortunato, ma mio cognato è partito prima per Firenze, Poi Verona e ora Emirati. E non si è lamentato non si è sentito Deportato. Ingegnere Meccanico, sta a Bologna con la moglie a Roma. Medico di Roma, trasferito ad Aosta.. quanto volete che continui?

    • tovi

      Stipendi please? Perché si sa che per i soldi si fa tutto, ma forse non è chiaro che ingegneri e medici prendono almeno il doppio (se sono scarsi) di un insegnante, a parità di titoli e specializzazioni varie! Quindi non facciamo paragoni che lasciano il tempo che trovano!

  4. C’è qualcosa di surreale in quello che scrivi. Ho una certa età sufficiente ad aver visto tante altre e più ricche stagioni dell’Italia, sono figlio, nipote e marito di insegnanti che hanno fatto la gavetta in epoche diverse e ognuno di loro sapeva che optare per il lavoro fisso poteva comportare anche un periodo di trasferta. Anche io in una remotissima gioventù qualche odore di una supplenza la sperimentai senza scandalizzarmi di viaggiare in terre lontane, e nella mia carriera nel settore privato ho sempre considerato comune, normale affrontare le “scomodità” delle trasferte, che sono da vedersi ovunque come sfide, ma anche provocazioni e crescita dell’esistenza. Queste persone incartapecorite che parlano addirittura di deportazioni, se non sono in mala fede, mioddio, che tipi debbono essere? Gente che ha strappato un pezzo di carta in un posto pretendendo che assegnasse loro un posto fisso come fosse una statua, e a un posto di statua aspirano. Forse invece che al precariato scolastico dovrebbero puntare su una posizione da centurione davanti al colosseo. Posizione statica da fare invidia, e al netto delle tangenti al pizzardone e al boss dei rom si guadagna almeno il triplo. E davanti al colosseo d’inverno piove meno che in una sala dei professori di Udine o Canicattì…

  5. Guido

    Certo è del tutto legittimo avere opinioni diverse, ma non comprendo la ragione per cui si debba passare agli insulti verso una categoria di lavoratori che siano ad oggi è stata maltrattata (niente diritto alle ferie, niente diritto agli scatti di anzianità anche se hanno prestato servizio per 10/15/20 anni, “trasferte” ogni anno a chilometri da casa) e che, non dimentichiamolo, ha un compito fondamentale in ogni società, quello di formare. Purtroppo questo è un paese che si indigna facilmente, a sproposito, e poi sopporta e sostiene con il proprio voto i peggiori governanti e i peggiori corrotti.

  6. Federico

    Credo che anche nei diritti ci siano delle graduatorie《!) e dei vincoli. Francamente tra il diritto del docente a lavorare presso la sede che gli è più comoda e il diritto dei cittadini ad una scuola pubblica ritengo che sia il secondo ad avere la priorità. Lo squilibrio della distribuzione degli insegnanti rispetto alle effettive necessità è chiaro che comporta dei costi aggiuntivi. Ed è chiaro che il mancato rispetto dei vincoli economici a lungo andare mina la sostenibilità del diritto alla scuola pubblica. Possibile che nessuno si ponga il problema? E vogliamo parlare del perché questo squilibrio si è creato? Non sarà che si è cercato di comprare consenso con assunzioni non motivate da effettive necessità? E si potrà mai porre rimedio a queste scelte sciagura o ci deve pensare la biologia? Quanto alla scarsa motivazione di certi insegnanti, siamo sicuri che dipenda dal basso stipendio? O dalla frustrazione di fare qualcosa che non si ama, senza nemmeno lo spauracchio di un licenziamento in tronco se non mantieni uno standard sufficiente?

  7. NIcola

    Caro Luca sulla vicenda degli insegnati ho letto ed ho sentito di tutto.
    C’e’ il giovane (forse giovane lo era 10 anni fa) laureato che ancora si barcamena con contratti ad minchiam e che vede gli insegnati adesso, ma in generale li diritti acquisiti nella migliore delle ipotesi come qualcosa che non riguarda e nella peggiore un dilapidare risorse che (lo hanno convinto) servirebbero alla sua regolarizzazione.
    C’e’ si e’ dovuto trasferire che proprio non riesce a trattenersi dal commentare “adesso tocca a te professore” e non di rado conclude la frase con qualche epiteto poco carino.
    C’e’ chi non ha mai viaggiato in vita sua se non per andare a pranzo dalla mamma che pero’ ripete come un mantra che gli americani cambiano citta’ almeno 6 volte nella loro vita.
    Io credo che stiamo assistendo ad una reiterata battaglia tra chi pensa che ci siano persone con privilegi e persone che pensano che esistano diritti. Diritti che hanno forse hanno avuto i genitori del giovane precario, che oggi giustamente si lamenta del suo stato, ma che hanno permesso a lui di studiare e forse anche avere ipod, ipad, iphone e tutte gli iqualcosa che ha desiderato.
    Probabilmente non ha avuto la stessa fortuna chi si e’ dovuto trasferire suo malgrado ed e’ ancora cosi’ incazz che non si rende conto che mal comune non e’ messo gaudio.
    I diritti non sono mai di qualcuno, ma ormai piu’ che lottare per essi facciamo a gara tra noi per chi e’ piu’ sfigato…
    Vengo a me. Sono calabrese e la valigia l’ho fatta da piccolo.
    Ho studiato al nord e per poter lavorare ho abitato per alcuni anni in varie citta’ italiane ed adesso complice il fallimento dell’azienda per cui lavoravo sto per andare all’estero. Vista l’eta’ piu’ che cervello in fuga mi definisco alzheimer a passeggio. Nonostante tutto o forse proprio per la mia storia personale (non avere radici, rischiare l’infarto quando ricevi una telefonata dai tuoi cari lontani, sopportare chi pensa di averti accolto, etc etc) credo che la lettera di quella docente fosse esatta in ogni sua frase, anche nella suo provocatorio uso della parola deportazione.

    • Perfettamente in accordo, ma Bottura scrive, scrive…parte da una multa,non si sa dove va a finire e neanche se soppesa le parole ed è in grado di comprendere a fondo la problematica. Ovviamente non avrei mai scritto il suo articolo, avrei preferito farmi un giro e prendere dell’aria fresca. Magari avrei approfittato per andare a pagare la multa. Prendi una multa, caro Bottura, e scrivi uno sproloquio?

  8. Io ho studiato filosofia all’universita’con la convinzione che sarebbe stato difficile, difficilissimo andare ad insegnare. Ho trovato un’altra strada. Detesto il precariato, “inventato” mi pare dal pacchetto Treu,non gia’da Renzi, ma bisogna essere realisti quando si scelgono determinati percorsi.

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