La marcia di Milano, dialogo tra un conducente di taxi e un passeggere

Standard

“Dottore, ma lei cosa ne pensa di questi qua che marciano e tra un po’ bloccano la città?”.

Il tassista vuole solo fare conversazione, e io sono vestito – non mi capita mai – in modo quasi normale: cappello accorciato, barba curata, ho una camicia che non fa a pugni con la giacca e uno zainetto che mi hanno spiegato essere di moda. Io l’avevo comprato su Amazon – anche questo farebbe punteggio – perché è rossoblù. Insomma, per dirla con Giorgia Meloni, sembro meno zecca rossa del solito.

“Allora dottore, che ne pensa?”.

Schiarisco la voce: “Le dirò una cosa impopolare: sono d’accordo”.

“Ma anche dopo quella roba lì della stazione?”.

“Lei lo sa di che nazionalità è il coglione che menava coltellate in stazione?”.

“Tunisino”.

“No, italiano”.

Silenzio.

“Però il padre…”.

“No, guardi, io mica ne faccio una questione teorica. Cerco di essere pratico. Quello è italiano. E in italia ci sono centinaia di migliaia di mussulmani tranquilli che però potrebbero radicalizzarsi. Come la vinci la terza guerra mondiale se non ti rendi conto che questa mina è innescata, che succederà qualcosa prima o poi, e che i tizi vestiti di nero di cui ha tanta paura non aspettano altro che l’odio di quelli come lei? Ma mica contro chi tira coltellate, contro tutti. Pensi che divertimento”.

Silenzio. Provo ad affondare.

“Per quello serve la marcia, per togliere brodo di coltura all’integralismo. Ha presente i vaccini? È come fermare il contagio”.

“Ma io son d’accordo. Anzi, io l’ho sempre detto che la colpa è dell’America. Se lasciavano stare Gheddafi e Saddam, non c’era l’invasione. Poi questi qua son poveracci… Li sfruttano, anche ‘sta gente delle Ong, che poi sono canadesi. Se si facessero i cazzi loro…”.

Lei sa cosa ha stabilito la Commissione parlamentare?

“Cos’ha stabilito?”.

“Che le Ong stanno operando lecitamente”.

“Eh, no. Ci son le indagini…”.

“Due indagati. Siamo in Italia: lei conosce qualcosa che sia puro al cento per cento?”.

“Ma io dico, perché non li portano a Malta invece che da noi. Malta è più vicina. Lì ci son le cose sporche..:”.

“A Malta ci portiamo anche un sacco di soldi in nero…”.

“Ha visto il cappellino con le Cayman? (Me lo mostra, non l’avevo visto). Ma quello è di un mio parente che guidava il taxi prima. Io non ce li ho i soldi alle Cayman, magari potessi… Ma noi italiani siam troppo buoni, dovremmo farci più furbi”.

“No, guardi, siamo furbissimi. Con 180 miliardi di nero all’anno potremmo essere la California, se solo li recuperassimo”.

“Ma io mica faccio il nero, eh? E io ho il mutuo da pagare. Il problema è la grande evasione. Che poi ci sono questi di Uber che ci fanno concorrenza sleale e non pagano le tasse. Vede qua? Ho preso la targa di uno prima che veniva da Parma, un Ncc. Gli ho preso la targa così lo segnalo. Aveva un negro a bordo, forse un egiziano. Allora come fa quello a essere ricco?”.

“Questo non possiamo saperlo”.

“Eh, non possiamo saperlo ma lo sappiamo. Non paga le tasse. Anche la Brexit, mi ha detto una mia amica che i romeni si facevano dare i sussidi per tutta la famiglia e poi la rimandavano a casa, ma continuavano a prendere i soldi lo stesso. Per quello sono usciti”.

“No, guardi. Sarebbe complesso. Ma siamo arrivati”.

“Undici e cinquanta. La ricevuta la lascio in bianco così l’importo lo mette lei, dottore?”.

Applausi. Sipario.

2 pensieri su “La marcia di Milano, dialogo tra un conducente di taxi e un passeggere

  1. degiom

    Il tuo colloquio con il taxista, caro Luca, sta lì a dimostrare che un’altra Italia sarebbe possibile.
    Ma noi, per certo, non la vedremo…

  2. paolino

    passeggero,non passeggere. e il capello accorciato,non il cappello.
    visto che fracassi i maroni se uno sbaglia gli accenti,almeno correggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *